Non andrà avanti nell’iter parlamentare della manovra e quindi non diventerà realtà la proposta di Lega e Forza Italia di introdurre una tassa a sconto sull’oro da investimento detenuto dagli italiani. Attualmente l’assenza di documenti di acquisto comporta, in sede di cessione, l’applicazione di un’aliquota del 26% sull’intero valore dell’oro ceduto, anziché sulla sola plusvalenza. Con la modifica suggerita dagli azzurri e dal Carroccio si sarebbe applicato un taglio della tassazione al 12,5% (Lega) e al 13% (FI) per chi avesse deciso di iniziare la procedura di rivalutazione dei lingotti, monete e placchette d’oro, senza scontrino. L’ipotesi, anticipata da MF-Milano Finanza, avrebbe portato nelle casse pubbliche circa 2 miliardi di euro e permesso così di limitare l’impatto della batosta sui dividendi delle holding prevista - in linea con la direttiva madre figlia Ue - in manovra ed evitare l’aumento del peso fiscale imposto agli affitti brevi.
Però, raccontano fonti parlamentari di maggioranza, ha pesato il parere dell'Unità di informazione finanziaria per l’Italia (Uif) di Bankitalia. Forse non ha giocato a favore della norma il suo carattere quasi da condono fiscale.
Quel che è certo è che senza poter contare sui quei 2 miliardi di entrate extra, il governo ha scelto di fare cassa raddoppiando la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie.
La tassa, introdotta nel 2013 dal governo Monti, colpisce le società con sede legale in Italia con una capitalizzazione di almeno 500 milioni e viene applicata ai soggetti, di qualsiasi nazionalità, che acquistano quote di queste imprese. Con la modifica in manovra dal gennaio 2026 l’aliquota salirà dallo 0,1% attuale allo 0,2% per le società quotate e dallo 0,2% allo 0,4% per le aziende non quotate e le pmi scambiate sull’Egm, anche se di solito valgono meno di 500 milioni. Il raddoppio della Tobin Tax dovrebbe portare 337 milioni in più dal 2026 nelle casse dell’erario, ma gli operatori di mercato sottolineano che si rischia così di mettere in fuga imprese e investitori soprattutto esteri. Da non sottovalutare anche l’impatto sulle blue chip partecipate dallo Stato come Enel, Eni, Poste, Tim, Leonardo e Fincantieri.
Il governo non valuta l’idea di fare un passo indietro perché, grazie a questo aumento, la cedolare secca resta al 21% sui primi due immobili affittati per brevi periodi e si riesce a dimezzare al 5% la soglia di partecipazione, oltre la quale resta valida la pressione dell’1,2% sulle cedole societarie. E la necessità di raccogliere risorse non finisce qui.
Il governo sta lavorando al fotofinish a un pacchetto da 3,5 miliardi relativo alle politiche industriali, con nuovi emendamenti su Transizione 5.0, Zes e iperammortamento. Non sono «briciole visto che la manovra vale nel complesso 18 miliardi: siamo di fronte a una vera riscrittura», segnala il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia. Si parla inoltre di un ricollocamento dei fondi destinati al Ponte sullo Stretto, dopo la bocciatura della Corte dei conti.
La Bce ha messo nuovamente lo zampino nell’iter della manovra. Prima ha portato la maggioranza a riscrivere due volte l’emendamento che attribuisce la proprietà delle riserve auree di Banca d’Italia al popolo italiano, con il Mef che è riuscito a chiudere la questione aggiungendo l’esplicito riferimento al rispetto delle regole Ue. Ieri poi l’Eurotower ha raccomandato che il ddl Bilancio sia «affiancato da un'analisi approfondita delle eventuali conseguenze negative delle norme previste per il settore bancario». (riproduzione riservata)