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Manovra, il Tesoro spiega perchè le riserve d’oro di Bankitalia non devono essere statalizzate
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Manovra, il Tesoro spiega perchè le riserve d’oro di Bankitalia non devono essere statalizzate

28 novembre 2025, 22:30

Ci sono rischi costituzionali ed europei collegati all'emendamento di FdI che mira a mettere a bilancio le riserve auree di Via Nazionale. Ma resta la tassa sul metallo giallo da investimento 

L’oro della Banca d’Italia resterà nelle mani dell'istituto centrale, evitando contrasti con l'Europa e con la Costituzione tricolore. Come anticipato da MF-Milano Finanza, infatti, la premier Giorgia Meloni è pronta a bloccare il tentativo di scippo delle riserve auree di Via Nazionale messo nero su bianco, sotto forma di emendamento alla manovra 2026, dal suo stesso partito, Fratelli d’Italia. La proposta correttiva alla legge di bilancio sotto la lente di ingrandimento è la numero 1.1 a firma del capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, che stabilisce che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano». Si tratta di quasi 2.500 tonnellate d’oro (distribuite in dei caveau tra Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera) il cui valore, alla luce dei prezzi record del metallo giallo, ha toccato quota 275 miliardi di euro. Una cifra di tutto rispetto equivalente al 13% del pil italiano e al 10% del debito pubblico italiano.

Dietro la decisione della premier di bocciare l’idea di uno dei suoi ci sarebbe un documento stilato dai tecnici del Tesoro, che sottolinea gli aspetti che rendono impraticabile la statalizzazione del metallo giallo di Palazzo Koch.

Le violazioni della normativa europea

Da un lato, il parere del Dipartimento del Mef ribadisce i rilievi già sollevati nel 2019 dall’allora governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, proprio sul perché le riserve della Banca d’Italia - come quelle delle altre banche nazionali dell’Eurosistema - sono di competenza della Bce e non si toccano. Il riferimento in entrambi i casi è al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) che innanzitutto attribuisce la competenza esclusiva in materia di politica monetaria all’Unione Europea (articolo 3) e per essa al Sistema europeo di banche centrali al cui vertice si colloca la Bce. Poi garantisce con l’articolo 130 l’indipendenza di tutte le banche centrali nazionali, nonché della Bce, nello svolgimento delle loro attività. E soprattutto l’articolo 127 del Tfue al paragrafo 2 stabilisce che uno dei compiti fondamentali da assolvere tramite il Sebc è «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri», tra cui le riserve auree.

Punto per punto i tecnici del Tesoro hanno detto la loro. Innanzitutto hanno ribadito la titolarità della competenza sulle riserve e sull’oro del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) che rappresenta una «salvaguardia della stabilità economica e finanziaria dell’Eurozona» e della «capacità delle banche centrali nazionali di adottare decisioni, in completa autonomia, sulla gestione, conservazione e negoziazione delle riserve, anche a lungo termine». Insomma di garantire l’autonomia necessaria a operare. Poi il documento del Dipartimento del Mef evidenzia un altro problema: l’emendamento a prima firma Malan andrebbe a violare il divieto contenuto per le banche centrali di finanziare il settore pubblico. Il che «contrasterebbe altresì con il principio di indipendenza finanziaria».

Il nodo dell’esproprio 

Dall’altro lato, i tecnici del Tesoro hanno sollevato inoltre un problema relativo allo scippo dell’oro nei caveau di Via Nazionale che intreccia il quadro normativo europeo a quello italiano, e viceversa. Nello specifico il documento spiega che il passaggio di proprietà da Via Nazionale allo Stato sarebbe «una sorta di ‘nazionalizzazione’ a contenuto espropriativo della riserva aurea». E qui si apre un problema di legittimità costituzionale. L’articolo 42 della Costituzione regola gli espropri limitandoli ai «casi di pubblico interesse». Ma Bankitalia in quanto istituto centrale nazionale (e parte del sistema europeo di omologhi guidato dalla Bce) è un ente pubblico, quindi agisce per sua stessa essenza nell’interesse dei cittadini.

Per di più, visto che l’Italia ha ceduto la sua sovranità all’Ue in materia di politica monetaria, come si potrebbe far passare nell’ordinamento nazionale una norma che di fatto predilige l’interesse domestico italiano su quello comunitario? Su questo punto, aggiunge il Tesoro, c’è un ostacolo pressoché insuperabile: il Tfue prevede che ogni progetto di legge su materie di competenza europea, come la politica monetaria, richiede un parere preventivo della Bce. E come insegna la lettera di Draghi del 2019, la storia non lascia tante speranze al futuro dell’emendamento 1.1. E comunque FdI non si è mosso preventivamente né per chiedere il via libera dell'Eurotower né per sciogliere la questione della legittimità costituzionale della modifica proposta alla legge di Bilancio.

Tutti i nodi portati al pettine dal Tesoro saranno lo scheletro del parere contrario che il governo esprimerà sull’emendamento dei senatori meloniani quando la commissione Bilancio del Senato voterà la norma per inserirla o meno nel testo della manovra 2026.

La tassa a sconto sull’oro da investimento resta 

L’oro è protagonista di altri emendamenti del ddl Bilancio che invece hanno maggiori probabilità di entrare a regime a partire dal prossimo anno. Si tratta delle proposte di Forza Italia e della Lega (entrambe dichiarate ammissibili) per introdurre una tassa a sconto sull’oro da investimento detenuto dagli italiani. Nello specifico, l’emendamento azzurro mira a sopprimere la batosta (la pressione fiscale salirebbe dall’attuale 1,2% al 24%) sui dividendi per le holding con una partecipazione inferiore al 10% istituendo «un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi del 13%» per chi decida di iniziare la procedura di rivalutazione dell’oro «allo stato grezzo o monetato». Un dimezzamento dell’aliquota rispetto al regime attuale dove l’assenza di documenti di acquisto comporta, in sede di cessione, l’applicazione del 26% sull’intero valore dell’oro ceduto, anziché sulla sola plusvalenza. La proposta della Lega prevede un’aliquota leggermente più bassa su lingotti, monete e placchette: al 12,5%, pari a quella applicata ai Titoli di Stato. Eppure gli introiti stimati dal Carroccio da questa misura spaziano tra gli 1,67 e i 2,08 miliardi rispetto agli 1,8 miliardi di maggior gettito attesi da Forza Italia. (riproduzione riservata)



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