Le pmi italiane sono ancora troppo poco digitalizzate, anche perché hanno beneficiato solo in parte piani di transizione 4.0 e 5.0. E questo rischia di limitare il potenziale di crescita del sistema Paese. Ecco perché «spero che già nella prossima legge di bilancio possano arrivare misure concrete in questa direzione, con in particolare incentivi rapidi e mirati per il rinnovo del parco software delle pmi». Lo ha dichiarato a MF-Milano Finanza Pierfrancesco Angeleri, presidente di Assosoftware.
Il problema che sorge è duplice. Da un lato, solo il 30% delle pmi italiane utilizza a oggi software di gestione. Dall’altro, la base installata è «spesso obsoleta, poco adatta a dialogare con nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale e con livelli di cybersicurezza non adeguati alle costanti minacce informatiche».
Una soluzione sarebbe seguire l’esempio della Spagna che ha realizzato un programma di voucher per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese: «Uno strumento diretto e semplice, con procedure snelle, che sostiene l’adozione di software aggiornati e integrati» ha spiegato Angeleri. Un modello che «sarebbe ormai indispensabile anche in Italia».
Solo infatti l’adozione di «strumenti software integrati permette di compiere un salto di qualità, migliorando l’efficienza dei processi e la competitività del Paese». Già nel 2023 il settore dei software ha impiegato 140 mila lavoratori e generato 62,8 miliardi di fatturato, trainato dai software gestionali, pari al 46% del comparto, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano con Assosoftware.
Per di più, un incremento del 20% della domanda di software in Italia porterebbe fino a 9,6 miliardi di produzione domestica aggiuntiva, 4,8 miliardi di valore e 67 mila nuovi posti di lavoro, stima una ricerca di Assosoftware e Luiss Guido Carli. Non a caso, ha concluso Angeleri, le imprese con maggiore «maturità digitale» registrano performance economiche superiori. (riproduzione riservata)