Si è molto discusso a Bruxelles nelle ultime settimane su come favorire e proteggere le aziende europee, schiacciate tra sovraproduzione ed export cinese e dazi Usa. Tante parole ma alla fine risultati modesti; la ragione non è però l’inconcludenza dei dibattiti ma l’enorme conflitto d’interesse sottostante, che ostacola eventuali soluzioni.
Made in Europe è un bello slogan, ma la realtà è che gran parte delle catene di fornitura e dei componenti utilizzati dall’industria europea hanno origine fuori dal continente. Nella meccanica, nell’elettronica e nel tessile i poli di produzione in India, Cina, Nord Africa e nazioni confinanti sono consolidati e sempre più efficienti.
Gli anni del Covid lo avevano già messo in luce ma da allora poco è cambiato. Se si analizza la distinta base di una lavastoviglie assemblata in Italia o di un capo di abbigliamento marchiato da una griffe francese, si scopre che di Made in Europe c’è poco.
Cambiare la definizione da Made in Europe a Made with Europe è retorica. La soluzione si chiama reshoring, cioè riportare nei propri confini porzioni della catena produttiva, ma è difficile e costoso. Produrre in-house significa affrontare investimenti fissi cospicui che nessuno vorrebbe fare, tanto meno in scenari di mercato incerti.
Significa assumere e formare mano d’opera specializzata. Ammesso di trovarla, un forte aumento della domanda di lavoro, stante l’offerta rigida, ne aumenterebbe assai il costo. La prospettiva del combinato di maggiori investimenti e crescente costo del lavoro, equivale a un drastico calo dei margini industriali, degli utili e dei dividendi che fanno girare la finanza.
E qui cascano l’asino, il Made in Europe e pure il desiderio di chi vorrebbe riportare negli Stati Uniti grandi produzioni industriali. Si può costringere qualcuno a investire per evitare i dazi e si possono forse emettere eurobond per finanziare nuovi investimenti, ma trovare lavoratori qualificati e a basso prezzo è ben più difficile.
Per aumentare produzione e produttività non basterà solo l’intelligenza artificiale. Negli ultimi sessant’anni economia e benessere occidentali si sono evoluti esternalizzando la produzione e concentrando la finanza.
Le statistiche mostrano anche che nella ripartizione del valore creato il capitale è stato privilegiato rispetto al lavoro. Reshoring e Made in Europe significano invertire questa direzione ma per molti l’idea non è gradita o è insostenibile.
Emerge nettamente il conflitto tra autonomia e sicurezza strategica e la massimizzazione dei profitti ottenuta contenendo gli investimenti e il costo del lavoro.
Ma se l’altra grave priorità per l’Europa è la demografia e se le nascite dipendono dalle aspettative delle persone, è difficile pensare di invertire le tendenze senza prospettive di investimenti e stipendi in crescita. Cinquanta anni fa il produttore di lavastoviglie o di automobili produceva tutto in casa o con fornitori vicini.
Quattro generazioni di lavoratori europei, non solo operai, hanno avuto poteri d’acquisto sufficienti a fare famiglie, figli e acquistare abitazioni. Gli stipendi base di oggi di impiegati o operai non lo consentono. Non si tratta di tornare a una economia socialista anche se la presenza dello Stato sta crescendo ovunque.
Borse e capitali privati sono indispensabili, ma le vere scelte strategiche che attendono l’Europa passano anche da cambiamenti difficili come questi. (riproduzione riservata)