
S&P ritiene che vi sia un grado di imprevedibilità elevato nell’attuazione delle politiche commerciali da parte dell’amministrazione statunitense e nelle possibili risposte, in particolare per quanto riguarda i dazi, nonché nei potenziali effetti su economie, catene di approvvigionamento e condizioni creditizie a livello globale. Di conseguenza, le previsioni di base dell’agenzia di rating comportano un livello significativo di incertezza. Man mano che il quadro evolve, «valuteremo la rilevanza macroeconomica e creditizia dei potenziali e reali cambiamenti della politica Usa e rivedremo le nostre indicazioni», precisa S&P Global Ratings.

Comunque, allo stato attuale, tra le società di beni di consumo e di vendita al dettaglio valutate con un rating da S&P nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), quelle che producono bevande alcoliche e beni personali di lusso «sono le più esposte al rischio dei dazi statunitensi con un impatto che varia da basso a moderato. Gli Stati Uniti rappresentano in media circa un quarto dei ricavi totali di queste aziende, una quota significativa (si veda il grafico)».
L’esposizione a livello di vendite negli Stati Uniti dei quattro principali produttori di bevande alcoliche valutati con un rating da S&P nell’area Emea varia dal meno del 5% per Heineken, società con sede nei Paesi Bassi e secondo birrificio al mondo, al 30% per Diageo, con sede nel Regno Unito e primo produttore mondiale di liquori. All’interno del settore dei liquori, l’esposizione varia in base alla categoria: Diageo è fortemente esposta al mercato statunitense grazie alle sue posizioni da leader nella tequila (11% delle vendite totali), whisky scozzese e vodka. Per la francese Pernod Ricard, l’esposizione agli Stati Uniti (19% delle vendite totali) deriva principalmente dal whiskey irlandese, vodka, rum e liquori, in misura minore dal cognac.

Invece, nel settore dei beni di lusso, i tre principali attori globali, Lvmh, Kering e Richemont, presentano un’esposizione alle vendite negli Stati Uniti compresa tra il 20% e il 25%. Il calo dell’interesse dei consumatori cinesi per i beni di lusso, unito alla forte domanda da parte di cittadini e turisti negli Stati Uniti, rende gli States uno dei principali mercati per queste aziende nel 2025. Di conseguenza, un aumento dei dazi sui beni di lusso potrebbe compromettere in modo significativo la ripresa dei produttori Emea.
Anche Breitling Holdings, il produttore di orologi di lusso con sede in Svizzera, continua a risentire dei venti contrari nel settore che pesano sulle sue performance operative, nonostante i passi compiuti dal management per migliorare fatturato e redditività. «Rileviamo il rischio che Breitling non riesca a ripristinare i propri parametri creditizi, poiché il 26% delle sue vendite proviene dal Nord America, principalmente dagli Stati Uniti, e il gruppo ha sottoperformato rispetto al nostro scenario base», stima S&P.
Ma anche le aziende dell’abbigliamento sportivo subiranno interruzioni nelle catene di approvvigionamento, poiché importano molti dei loro prodotti negli Stati Uniti da Paesi come Vietnam, Cambogia o Thailandia. Il Sud-est asiatico rappresenta un importante polo produttivo per le aziende di articoli sportivi e l’introduzione di nuovi dazi farà ulteriormente aumentare i costi di produzione. È probabile che le aziende trasferiscano parte di questi costi sui consumatori finali.
Ciò si aggiungerà alle sfide già esistenti nel settore negli Stati Uniti: i livelli elevati delle scorte e la crescente pressione competitiva da parte dei marchi locali e dei nuovi entranti. «Questi fattori potrebbero impedire alle aziende di compensare completamente l’aumento dei costi di produzione tramite l’incremento dei prezzi, portando così a un calo generalizzato della redditività nel settore», spiega S&P. Detto ciò, «intravediamo alcuni elementi mitiganti per Adidas e Amer Sports, con sede nell’area Emea, grazie a parametri creditizi più solidi negli ultimi 12 mesi e a quote di mercato elevate nelle rispettive aree geografiche».
In ogni caso, avverte S&P, gli effetti secondari dell’aumento dei dazi, come la riduzione della crescita economica, l’aumento dell’inflazione e un indebolimento della fiducia dei consumatori potrebbero controbilanciare gli effetti primari diretti e avere un impatto più ampio su un numero maggiore di società di beni di consumo e di vendita al dettaglio nell’area Emea. La maggior parte delle aziende ha una capacità limitata nell’aumentare ulteriormente i prezzi, poiché quelli di listino sono già elevati. Ciononostante, «riteniamo che alcune di queste aziende saranno costrette a trasferire almeno in parte l’impatto dei dazi sui consumatori finali, aggravando le attuali pressioni sui volumi».
Molte aziende stanno già iniziando a implementare azioni di mitigazione ma, puntualizza S&P, potrebbe non essere possibile modificare le catene di approvvigionamento, la produzione e le fonti di approvvigionamento in modo sufficientemente esteso da compensare completamente l’impatto negativo sui profitti nel breve-medio termine. Quanto all’impatto sul rating dipenderà dall’allocazione del capitale delle società e dall’efficacia e tempestività delle loro azioni di mitigazione. (riproduzione riservata)