È lecito licenziare per sostituire il lavoro umano con un dispositivo robotico o con l’intelligenza artificiale? Il quesito non se l’è posto solo il super-banchiere Jamie Dimon negli Stati Uniti sull’onda della paure che si stanno generando a Wall Street circa l’impatto dell’AI su alcuni settori (qui l’inchiesta di Milano Finanza di sabato 21 febbraio) ma sta generando discussioni anche in Italia.
In particolare una sentenza del Tribunale di Roma (Sezione Lavoro 19/11/2025, n. 9135) nella sua stringatezza sta diventando una pietra miliare. La massima del dispositivo è molto chiara: si può sostituire il lavoro umano con l’AI. Il giudice nell’analizzare una richiesta di reintegro da parte di un lavoratore ha stabilito che è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo fondato su una riorganizzazione aziendale, determinata anche dall'introduzione di strumenti di intelligenza artificiale, quando risulti accertato che l'innovazione tecnologica abbia comportato una stabile riduzione delle attività affidate al lavoratore e la conseguente soppressione della posizione ricoperta.
Il tutto va calato in un quadro di difficoltà economica-finanziaria dell’impresa stessa (nel caso si trattava di un’azienda attiva nel commercio che aveva una sezione grafica) che è stata provata. In tale ipotesi il datore di lavoro assolve l'onere probatorio dimostrando l'effettività delle esigenze organizzative e l'impossibilità di repechage, ove le competenze professionali del lavoratore non siano fungibili con le mansioni residue, riconducibili al diverso core business aziendale.
La sentenza è stata già commentata da numerosi addetti ai lavori ed è anche all'attenzione dell'Inps, che ha aperto un focus sul tema della sostituzione uomo-robot. Uno degli aspetti più interessanti della decisione riguarda il ruolo attribuito, sul piano fattuale, all’intelligenza artificiale. Dalle testimonianze raccolte emerge infatti che nel contesto della riorganizzazione alcune attività di grafica precedentemente svolte dalla lavoratrice sono state assorbite da figure apicali del team marketing e svolte anche mediante l’utilizzo di strumenti di AI, come addotto davanti al giudice dall’azienda, capaci di garantire rapidità, qualità e risparmio economico.
Il tribunale ha preso atto delle giustificazioni dell’azienda e le ha considerate fondate dando torto al dipendente licenziato. In altri termini, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, secondo una parte della comunità forense che sta commentando la sentenza, comincia a essere implicitamente riconosciuto come fattore legittimo di efficientamento, idoneo a incidere sulla valutazione di funzionalità di una posizione lavorativa. È l’inizio di un nuovo mondo? (riproduzione riservata)