Ha fatto discutere nei giorni scorsi un intervento pubblicato sul Financial Times con cui un alto dirigente di Google ha messo in guardia l’Unione Europea dal rischio di trasformare la legittima aspirazione alla sovranità digitale in una politica fatta di nuovi muri tecnologici.
Il messaggio è diretto: se l’Europa nel tentativo di ridurre la propria dipendenza da operatori extra-Ue finisce per limitare l’accesso alle tecnologie più avanzate, rischia di compromettere proprio quella competitività industriale che vorrebbe rafforzare.
La questione arriva in un momento delicato per il progetto europeo. Negli ultimi anni Bruxelles ha costruito il sistema regolatorio digitale più ambizioso al mondo: Digital Markets Act, Digital Services Act, Data Act e ora l’AI Act hanno definito un modello che mette al centro tutela dei diritti fondamentali, responsabilità delle piattaforme e sicurezza degli utenti.
L’Europa è diventata di fatto il principale esportatore globale di standard regolatori. Ma proprio mentre questo impianto prende forma il contesto geopolitico e industriale è cambiato con grande rapidità: tecnologia, infrastrutture digitali e intelligenza artificiale sono ormai asset strategici su cui si gioca la competizione tra potenze.
In questo scenario l’Europa si scopre forte come regolatore ma ancora fragile come produttore di tecnologia. Gran parte delle infrastrutture cloud, delle piattaforme e delle capacità computazionali necessarie per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale restano concentrate negli Stati Uniti o, in misura crescente, in Cina. Da qui nasce la spinta verso politiche di autonomia strategica: investimenti su cloud europei, capacità computazionale interna, filiere tecnologiche meno dipendenti dall’esterno.
Il problema è che autonomia e chiusura non coincidono. Se la ricerca di sovranità digitale si traducesse in barriere implicite all’ingresso di tecnologie globali, l’Europa potrebbe isolarsi proprio nel momento in cui l’innovazione corre più velocemente.
Le imprese europee rischierebbero di operare con strumenti meno avanzati rispetto ai concorrenti internazionali, mentre investimenti e talenti potrebbero scegliere ecosistemi percepiti come più aperti e dinamici.
Qui emerge una tensione che non è solo economica ma costituzionale.
Il progetto europeo si fonda sul mercato unico, sulla libera circolazione e sull’apertura regolata degli scambi. Limitare l’accesso a tecnologie globali, anche con finalità di protezione strategica, significa mettere alla prova questi principi e ridefinire il rapporto tra libertà economica, interesse pubblico e sicurezza. In altre parole, la sovranità digitale non è soltanto una questione industriale: diventa un tema di equilibrio tra diritti, mercato e potere pubblico.
A rendere ancora più evidente questa incertezza di rotta è la discussione, in queste settimane, sul cosiddetto «digital omnibus», cioè il tentativo della Commissione di semplificare e razionalizzare il crescente corpus di norme digitali europee per ridurre oneri e sovrapposizioni per le imprese. L’obiettivo dichiarato è aumentare la competitività, ma il rischio è che la semplificazione venga letta come un arretramento proprio su quei presìdi di tutela dei diritti e di responsabilità delle piattaforme che avevano reso il modello europeo un punto di riferimento globale. Da un lato si avverte la pressione industriale per alleggerire il peso regolatorio; dall’altro si teme che una correzione troppo rapida finisca per indebolire la coerenza del quadro normativo costruito negli ultimi anni.
L’intelligenza artificiale rende questo dilemma ancora più evidente. Lo sviluppo dei modelli più avanzati richiede investimenti enormi, accesso a dati e potenza di calcolo concentrati in pochi poli globali. Pensare che ogni area del mondo possa sviluppare autonomamente l’intera filiera è poco realistico nel breve periodo. La vera questione diventa quindi governare l’interdipendenza tecnologica, non negarla.
L’obiettivo non dovrebbe essere l’autarchia digitale ma la capacità europea di negoziare da una posizione di forza dentro un ecosistema globale inevitabilmente interconnesso.
L’intervento apparso sul Financial Times, letto in questa prospettiva, non è soltanto la difesa degli interessi di una grande piattaforma ma il sintomo di una tensione che attraversa oggi tutta la politica tecnologica europea.
Da un lato la necessità di ridurre dipendenze strategiche; dall’altro il rischio di perdere competitività proprio mentre si tenta di rafforzarla. Il pericolo è che l’Europa rimanga sospesa tra la deregulation competitiva americana e il controllo statale cinese senza riuscire a costruire una terza via realmente sostenibile.
La sfida allora non è scegliere tra regole e innovazione ma progettare regole capaci di accompagnare la crescita tecnologica europea senza isolare il continente. La sovranità digitale non si costruisce alzando barriere ma aumentando la capacità di competere in mercati aperti, investendo in ricerca, infrastrutture e formazione e creando condizioni affinché le imprese europee possano sviluppare tecnologie proprie senza rinunciare alla cooperazione globale.
È su questo equilibrio che si gioca oggi la vera partita europea: difendere diritti e democrazia senza perdere terreno nella competizione tecnologica globale. Una partita che ormai è insieme economica, geopolitica e profondamente costituzionale e che impone all’Europa di chiarire rapidamente la propria rotta prima che siano altri a tracciarla. (riproduzione riservata)
*professore Diritto Costituzionale
e Diritto della Regolazione dell’AI
all’università Bocconi
e founder di Pollicino AIdvisory