Attenzione ai naviganti. Donald Trump è lunatico e imprevedibile. Ma chi gli contende il campo, il cinese Xi Jinping, è, all’opposto, temibile e fin troppo prevedibile. L’avvertimento proviene non da un autore qualsiasi, ma dall’ex primo ministro australiano Kevin Rudd che, molto umilmente, dopo avere esaurito la sua carriera politica, ha rispolverato la sua laurea giovanile in lingua cinese per cimentarsi, con un dottorato a Oxford, su una domanda fondamentale: cosa pensa il leader cinese? La risposta è netta, come nella migliore tradizione dell’editoria britannica di alto rango (On Xi Jinping. How Xi’s Marxist Nationalism Is Shaping China and The World, Oxford University Press, 2024).
Ebbene state in guardia. I punti di riferimento ideologici di Xi, che egli prende tremendamente sul serio, sono tre. 1) Il marxismo-leninismo, che significa assoggettamento totale della società e dello Stato all’egemonia del partito. La prima realizzata attraverso una sorveglianza tecnologica capillare. La seconda mediante sistematiche, feroci epurazione del dissenso e grazie a una subordinazione stretta delle istituzioni al partito. 2) il secondo è il leninismo di sinistra, che si traduce nel predominio assoluto del leader e nella stretta disciplina della economia privata alla pianificazione del partito. 3) La terza è il marxismo-nazionalismo che propugna una politica internazionale assertiva e imperialista, lontana anni luce dalla prudenza di Deng Xiao Ping. A questo punto si potrebbe obbiettare che un libro costruito sulla centralità dell’ideologia cozza con quello che sembra il raffinato tatticismo degli statisti cinesi, rispetto al quale il marxismo-leninismo pare più una vernice di facciata per dare coesione al partito piuttosto che la sua autentica anima.
Rudd ci assicura che non è così e le 100 pagine di bibliografia, prevalentemente su fonti cinesi, sembrano attestare che vi sia una stretta congruenza tra ideologia e tattica. Il che non promette nulla di buono per gli europei che, traumatizzati dagli show di Trump, si sentono irresistibilmente attratti dall’ammirevole solidità del pensiero strategico cinese, nonché dagli ammiccamenti nei quali essi non sono secondi a nessuno. Si potrebbe ancora criticare il libro per l’eccessivo peso che ha attribuito ai documenti nei quali Xi, in questo buon seguace di Mao, esplicita la sua dottrina. Non è un caso che io abbia letto la ricerca insieme a un altro testo, decisamente più biografico, di un eminente sinologo, Michael Dillon (Dobbiamo parlare di Xi. La storia segreta del più potente leader del mondo, Chiarelettere, 2024) il quale ci ricorda quanto Xi abbia sofferto sotto Mao e sottolinea che la figlia l’abbia spedita a Harvard a studiare e non alla scuola del partito. Tutto vero. Ma gli australiani, che dei cinesi hanno il fiato sul collo, li conoscono molto meglio di noi. Ragione per cui concludo con un invito che non piacerà a molti: sopportiamo finché è possibile le stravaganze di Trump e valutiamo bene prima di buttarci nelle braccia dei cinesi. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di Giurisprudenza di Firenze