Le eccellenze di Reggio Emilia. Per una giornata Dop
Non solo gnocco fritto e cappelletti, la città del Tricolore dal punto di vista artistico offre tantissimo. A partire dal Nuovo Museo realizzato da Italo Rota
Chi arriva in auto o con il treno ad alta velocità, identifica Reggio Emilia non appena vede apparire le grandi onde in acciaio dell’architetto Santiago Calatrava. Un segnale che la città a misura d’uomo, premiata da Legambiente, oltre essere meta enogastronomica, è anche un ponte tra passato e futuro, antico e contemporaneo, che lega tutte le arti, a sottolineare «la meravigliosa anomalia reggiana, fatta di serietà e visionarità».
La meravigliosa anomalia reggiana

L’osservazione viene dal geniale architetto Italo Rota (1953/2024), che a Reggio ha lavorato una decina di anni, dal 2010 al 2021, con l’incarico di trasformare il vecchio museo di tradizione in un museo all’avanguardia. «Oggi», commenta Elisabetta Farioli, direttrice in quegli anni dei Musei Civici, «chi entra qui non è un semplice visitatore perché trova nel nuovo allestimento del museo lo stimolo per interagire con il presente». E proprio questa è la prima tappa da vedere per chi vuole trascorrere una giornata a Reggio Emilia.
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Il museo di Italo Rota, tra visioni passate e future

Destinazione Musei Civici, precisamente al secondo piano, dove ci si immerge nel nuovo museo ideato da Italo Rota, architetto fuori classe e visionario, in sintonia con i reggiani. «Lavorare con lui è stato entusiasmante», dice Elisabetta Farioli, «dopo un momento di iniziale diffidenza, cresciuta com’ero con l’idea che le collezioni storiche fossero intoccabili, ho deciso di accettare la sfida che Rota proponeva: guardare al passato delle nostre raccolte, consci della responsabilità di rivolgersi al visitatore di oggi, fino a farlo sentire parte attiva del museo».

Nulla è stato lasciato al caso: per sottolineare la continuità tra passato e presente, sono stati riesaminati depositi in apparenza senza valore, dove sono emerse storie inedite riguardanti la città, semplici racconti quotidiani, sconosciuti finora. «Un lavoro globale», precisa Elisabetta, «condiviso e costruito non solo insieme allo staff museale, ma soprattutto in accordo con la città, che ne è diventata protagonista».
La mostra: Encantadas

Da non perdere in questo periodo, la mostra Encantadas (fino al 2 marzo), nel quattrocentesco Palazzo da Mosto, curata da Walter Guadagnini e promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, celebra Davide Benati, reggiano doc e artista visionario, di ritorno a casa dopo aver girato il mondo. Il titolo è tratto dal romanzo di Herman Melville, che chiama così le isole Galapagos, un luogo affascinante, ma inaccessibile, ideale per suscitare sogni ad occhi aperti. Le sue Encantadas sono le pale dipinte con l’acquerello su una base che solo a un romantico visionario come Benati poteva venire in mente: una carta leggerissima, prodotta a mano dagli artigiani nepalesi di Katmandu. L’effetto è straordinario, come rivela, tra le altre, la pala Terrazze, dove lingue colorate danzano nel cielo spinte dal vento, echeggiando le bandierine di preghiera tibetane.
Dalla via Emilia a Milano, andata e ritorno

L’artista nasce nel 1949 nella dimora avita, una vecchia stazione di posta lungo la via Emilia. «Mio padre», racconta Benati, «mi ha sempre detto che nascere lungo la via Emilia è come andarsene lungo un fiume. Andarsene per tornare alla città con quello che si è imparato girando per il mondo». Dopo il liceo, si sposta a Milano come allievo dell’Accademia di Brera e poi titolare della cattedra di Pittura. La città meneghina si rivela fondamentale per il suo successo professionale. Dall’inizio degli anni 80 l’artista è invitato ad esporre in sedi prestigiose, in Italia e all’estero, tra cui la Biennale di Venezia e la Triennale di Norimberga, oltre alle gallerie private in tutto il mondo.
La carta, e le emozioni, di Katmandu

Chi scopre per la prima volta Benati viene coinvolto dai colori smaglianti e sfumati dei suoi trittici, dalle luci, dalle forme, che ricordano i fiori e in realtà forse non lo sono, ma ci fanno sognare, portandoci in un mondo incantato, pieno di poesia. Un gioco forse, ma anche meditazione visionaria, che ci invita a scandagliare in noi stessi. «Ho scoperto la carta nepalese negli anni 70, durante un viaggio per ritrovare me stesso», racconta l’artista, «da allora è indispensabile alla mia pittura e quando la incollo alla tela, emana un profumo che mi riporta ai vicoli della città vecchia di Katmandu. Certo averla a Reggio non è stato sempre facile, ma dopo qualche viaggio e qualche difficoltà ho trovato il corrispondente giusto dall’Oriente».

Le carte appartengono al mondo vegetale, fatte con piante macerate, che assorbono il colore in maniera sempre diversa, a cui Davide aggiunge la propria sapienza di movimenti, per arrivare all’astrattismo. Il colore diventa nuvola, si spande sulla tela, si allunga, si allarga, assume la forma di un fiore, guizza libero per raggiungere il cielo azzurro e terso del Nepal tanto amato, il regno della pace e della serenità. Dove le ansie si dissolvono, come il colore, nell’infinito.
Le tre eccellenze

Accogliente, animata da signore e signori a piedi e in bicicletta, Reggio Emilia è una piacevole sorpresa. Con tre eccellenze, oltre ai cappelletti e al gnocco fritto. La prima, grande vanto dei reggiani, è la Sala del Tricolore, all’interno del Palazzo Comunale, aperta al pubblico, uno dei luoghi fondamentali della storia d’Italia. Qui il 7 gennaio 1797 viene proclamata la Repubblica Cispadana dando vita alla bandiera tricolore, che nel 1848 diventa la bandiera italiana nazionale. La seconda riguarda l’ambiente. Reggio Emilia guida, oggi, la classifica Ecosistema urbano 2024 di Legambiente, grazie a piste ciclabili da record e al verde pubblico. La terza è la libreria dell’Arco, in pieno centro, in via Emilia Santo Stefano 3/d, un luogo magico, dove perdersi e non uscire mai, pieno di stanze, passaggi a nicchie, poltrone old style e moderne per la lettura. Il tutto supportato da un’organizzazione perfetta.
L’arte passa anche dalla gola

Per quanto riguarda le eccellenze culinarie reggiane, da gustare sul luogo o da portare a casa, l’ideale è fare una passeggiata nel centro città, passando da Piazza Grande, dove si affaccia il Duomo, piazza San Prospero e la bellissima Piazza Fontanesi circondata dai portici. A due passi dal Duomo, l’Antica Salumeria Pancaldi (sopra), in vicolo Broletto, banco salumi e formaggi e ristorante, con una tradizione secolare alle spalle, è noto per il Parmigiano reggiano con diverse stagionature, anche nella versione Vacche Rosse, così come per i salumi più raffinati. Grazie alla posizione e al contorno è piacevole fermarsi qui a pranzo. Le proposte variano secondo la stagione, con la certezza di un gnocco fritto fumante per nulla unto. Altrettanto accattivante è il panificio Melli, nella vicina piazza San Prospero, con ristorante e vendita di minuti cappelletti fatti a mano, tortelli verdi, piatto forte della cucina reggiana,e il mitico erbazzone, impasto di erbette locali, uova, parmigiano reggiano e aglio. (Riproduzione riservata)
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