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Sergio Gatti, dg Federcasse
Sergio Gatti, dg Federcasse
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Le bcc aumentano raccolta e prestiti. Ecco come riescono a competere con le grandi banche internazionali

28 novembre 2025, 22:00 Ultimo aggiornamento: 22:06

Le bcc sono anche le più solide del settore e in molti comuni italiani (il 10%) sono le uniche banche presenti. Ora le sfide su commissioni e tecnologia per crescere ancora

Presenza nelle aree più remote del Paese, dove esserci significa garantire i servizi essenziali ma comporta anche costi più alti. E numeri in costante crescita - nonostante la concorrenza dei grandi gruppi internazionali - grazie a un modello di business personalizzato, che non si basa solo sui dati.

Per le banche di credito cooperativo è un momento d’oro, in cui aumentano impieghi e raccolta e la solidità patrimoniale resta la più elevata del settore. Che si tratti di istituti con una finalità diversa lo si capisce dal nome, ripreso anche dall’articolo 45 della Costituzione quando «riconosce la funzione sociale della cooperazione».

L’origine delle bcc

Ma è dalla storia che bisogna partire per comprendere cosa voglia dire essere una bcc. Di preciso dal 1883, l’anno in cui il 24enne Leone Wollemborg - sull’esempio di Friedrich Wilhelm Raiffeisen - fondò a Loreggia (Padova) la prima cassa rurale. L’economista e politico veneto non aveva bisogno di una banca per sé perché era già ricco. Si preoccupava solo delle tante persone che vedeva vivere nella miseria e così decise di aprirgli le porte del credito.

Inizia così un lungo percorso, conclusosi nel 2016 con la legge che ha riformato il settore e imposto alle bcc di aderire a realtà più ampie per mantenere la licenza bancaria. Nascono allora il Gruppo Bancario Cooperativo Iccrea (5,92 miliardi di euro di ricavi e 2 miliardi di utile nel 2024) e il Gruppo Cassa Centrale (3 miliardi di fatturato e 1,17 miliardi di profitti), più il Raiffeisen Südtirol Ips (627 milioni di ricavi e 237 milioni di utile), sistema di tutela istituzionale dell’Alto Adige.

I numeri delle cooperative

Sono questi i tre player di un settore formato da 216 bcc, con 4.096 filiali, e riunito in Federcasse. Il comparto dà lavoro a 36 mila persone mentre i soci sono arrivati a quasi 1,5 milioni. Spesso si tratta di clienti che chiedono un prestito e vengono invitati a entrare nel capitale in cambio di una serie di vantaggi, come tassi agevolati. Altro elemento di un sistema che ha come scopo principale l’erogazione del credito a famiglie e imprese, non di dividendi.

Questo non implica però che il modello di business non funzioni, anzi. Ad agosto la raccolta del settore aveva superato 209 miliardi (+4,9%), con relativa quota di mercato in crescita all’8,6%, e anche gli impieghi erano saliti a 140 miliardi (+3,1%). Il tutto condito da un cet 1 ratio al 26,7%, 9 punti percentuali sopra quello medio dell’industria del credito (fonte Federcasse).

Le bcc nei comuni

Altra caratteristica, al posto di tagliare filiali per ridurre i costi come i grandi gruppi bancari, le bcc continuano a presidiare il territorio perché i loro sportelli sono scesi solo del 7,8% in un decennio, con un ritmo di oltre cinque volte inferiore a quello degli altri istituti. Negli ultimi dodici mesi, addirittura, il loro numero è aumentato e in 791 comuni (il 10% del totale) le banche cooperative sono le uniche presenti, con conseguenti risvolti sociali.

«Le evidenze scientifiche confermano che nelle aree presidiate dalle bcc si osserva una riduzione delle disuguaglianze di reddito, uno dei grandi tarli della democrazia», spiega Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse. «Dove c’è lo sportello di una bcc, inoltre, l’accesso al credito per le micro e piccole imprese è maggiore, il che significa finanziare anche le aziende femminili, dei giovani e le startup, creando occupazione e reddito. Recentissima evidenza, la presenza di bcc coincide con una riduzione della povertà. Ciò grazie a un modello di business basato non solo sulle garanzie reali, ma anche sulla capacità di lavorare, di intraprendere e naturalmente di rimborsare il prestito».

La sfida delle fees

Si tratta insomma di banche di «relazione», un modo di fare affari che non ha intaccato la qualità del credito. Certo, negli ultimi anni la stretta della Bce ha aiutato gonfiando il margine d’interesse. Ma le cooperative non si sono fatte trovare impreparate al successivo taglio dei tassi perché hanno lavorato sodo per incrementare le fees. «Le Bcc hanno sensibilmente migliorato la capacità di accrescere il gettito commissionale», osserva Gatti.

«I clienti ci chiedono servizi di investimento, assicurativi e previdenziali, con una consulenza fondamentale in un momento storico in cui, ad esempio, cresce la consapevolezza che la sola pensione pubblica non sarà sufficiente e dovrà essere integrata. Questo è un lavoro che richiede tempo e fiducia, e noi lo svolgiamo con un personale specializzato capace di accompagnare i correntisti con un’offerta personalizzata».

L’alleanza sul tech

Resta un ultimo sforzo da fare, comune a tutto il comparto. L’avvicinarsi dell’euro digitale o di rivoluzioni come l’AI sta costringendo le banche a diventare sempre più tecnologiche. E per piccoli istituti come le bcc è un bene far parte di gruppi più grandi, che permettono di concentrare gli investimenti. In generale è il mondo a essere in continua evoluzione, con rischi geopolitici (guerre) e commerciali (dazi) impensabili fino a qualche anno fa. Le banche cooperative stanno provando ad adeguarsi al diverso contesto, ma hanno bisogno di maggiore sostegno dalle istituzioni.

«L’attuale assetto normativo europeo non ci soddisfa perché si basa sul principio della taglia unica, che impone trattamenti sostanzialmente identici per le grandi banche internazionali quotate in borsa e le piccole, siano esse spa, popolari o bcc. Un errore visto che parliamo di realtà con finalità imprenditoriali diversificate. È necessaria la proporzionalità strutturale», spiega Gatti.

«Certo, abbiamo notato primi passi verso la semplificazione, che non significa deregolamentazione, ma si tratta di sforzi non ancora sufficienti a rilanciare la competitività del settore e dell’economia europea. Per questo motivo continueremo a batterci in Ue con l’Abi e le associazioni bancarie europee per regole più semplici, ugualmente severe, e meno inutilmente onerose all’insegna del less is more. La stabilità deve essere al servizio dello sviluppo». (riproduzione riservata)



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