
La tassa sugli extraprofitti delle banche annunciata a sorpresa dal vice premier Matteo Salvini ha prodotto un bagno di sangue a Piazza Affari. Il Ftse Mib ha lasciato sul terreno il 2,12% scendendo sotto quota 28.000 a 27.942,25 con perdite di quasi l’11% per gli istituti di credito che hanno bruciato in un giorno 10 miliardi di capitalizzazione, Piazza Affari, invece, 12 miliardi scendendo a 752 miliardi di valore complessivo. L’indice Ftse Italia Banks ha ceduto il 7,59%, Bper Banca il 10,94%, Mps il 10,83% FinecoBank il 9,91%, Banco Bpm il 9,09%, Intesa Sanpaolo l’8,57%, Unicredit il 5,94%.
La situazione italiana ha contagiato i listini europei che hanno chiuso a loro volta in rosso, il Dax (-1,10%) con Deutsche Bank in calo del 3,8% e Commerzbank del 3,3%. A Parigi, il Cac 40 (-0,7%) ha visto fra i peggiori titoli Bnp Paribas (-3%) e Credit Agricole (-2,5%).
La tassa è stata pensata per coprire gli incentivi ai mutui sulla prima casa a favore degli under 35 e per finanziare il taglio delle imposte. In un primo momento il governo aveva annunciato due aliquote, il 3% e il 6%. Ieri pomeriggio, quando ormai i mercati erano già crollati, l’esecutivo è corso ai ripari pubblicando una seconda versione, più mite. Si tratta di un’imposizione fiscale applicata al 40% degli extraprofitti delle banche se il margine di interesse (NII, net interest income) registrato nel 2022 «eccede per almeno il 5%» il valore dell’esercizio 2021. Percentuale che sale ad «almeno il 10%» confrontando 2023 e 2021.
Un’analisi di Kepler Cheuvreux (fatta prima dell’ultima rettifica del Mef, in serata, che pone il tetto del prelievo allo 0,1% dell’attivo) calcola un impatto complessivo di 3,64 miliardi sulle banche che segue. Dalla lista mancano anche Credem e Mps, che, secondo gli analisti di Equita Sim, dovrebbe essere il gruppo più colpito. Il totale dovrebbe quindi superare i 4 miliardi nella nuova versione.
Gli specialisti di Jefferies parlano di 4,9 miliardi di euro con un impatto medio del 24% sugli utili 2023 attesi dalle banche. Infatti, se si va a guardare i calcoli di Kepler, l’incidenza maggiore della tassa sugli utili attesi quest’anno tocca Bper per il 50%, Banco Bpm per il 34%, FinecoBank per il 28%, Banca Generali per il 25%, Banca Mediolanum per il 23%, Intesa Sanpaolo e Bff per il 22%, Mediobanca per il 9% e Unicredit per il 7%. In termini assoluti, il valore più significativo sono gli 1,588 miliardi in capo a Ca’ de Sass.
La manovra ha colto di sorpresa non solo le banche ma anche gli investitori esteri. John Bilton, responsabile della strategia multi-asset globale di JP Morgan, ha spiegato a Bloomberg TV che la misura crea preoccupazione e che «indurrà gli investitori a fare una pausa di riflessione quando si tratta di valutare il rischio sul debito italiano rispetto a quello tedesco».
Marco Troiano, head of financial institutions ratings team di Scope Ratings, condivide «le preoccupazioni sulla definizione arbitraria di profitto normale o eccezionale e sulla capacità del potere esecutivo di creare imposte retroattive ad hoc», sottolinea inoltre «il rischio che la decisione possa essere vista come una confisca ex-post, con implicazioni negative per la capacità del settore di attrarre capitale azionario a costi ragionevoli nei momenti di bisogno».
Andrea Costanzo, vicepresidente del team Dbrs Morningstar European Financial Institutions, ritiene che la tassa una tantum possa essere sopportabile ma «se dovesse diventare permanente, potrebbe avere implicazioni negative sull’affidabilità creditizia». Fabio Caldato, partner di Olympia WM, considera l’evento «non rilevante in ottica di investimento sui titoli bancari. Potremo assistere a un impalpabile ridimensionamento dei margini, ma la solidità di bilancio e le prospettive di business degli istituti sono tali da garantire il ritorno di capitale nel medio termine».