Nel 2025 Jp Morgan è stata la prima investment bank del mercato italiano per ricavi. Secondo i dati di Dealogic riportati giovedì 8 da MF-Milano Finanza, l’istituto guidato da Jamie Dimon ha registrato un giro d’affari di 206 milioni di dollari (+44% rispetto al 2024), mentre Goldman Sachs è arrivata prima per volume dei deal a quota 573 miliardi. A livello Emea le cinque maggiori banche americane — oltre a Jp Morgan e Goldman, anche Morgan Stanley, Citi e Bank of America — si sono aggiudicate quasi il 30% delle quote di mercato avvicinandosi al record storico di qualche anno fa.
Gli istituti italiani hanno provato a difendersi. Nonostante l’opas di Montepaschi Mediobanca è arrivata prima per numero di deal in Italia e seconda per valore complessivo delle operazioni. Ma la tendenza è chiara: anche in una fase caratterizzata da forte instabilità geopolitica, l’investment banking americano continua a crescere.
Secondo i dati del London Stock Exchange Group raccolti da Reuters, nel 2025 le azioni bancarie europee si sono complessivamente apprezzate, sostenute dai maggiori margini d’interesse, ma non sono riuscite a sorprassare i rivali di Wall Street. Anzi, in alcuni segmenti dell’industria, come le emissioni azionarie, le banche europee hanno addirittura perso quote di mercato a favore delle cugine d’oltre oceano che conservano il primato in quasi tutte le linee di prodotto, con guadagni particolarmente robusti nelle emissioni equity e nel m&a.
La tendenza parte da lontano, almeno dal 2008, anno della crisi finanziaria globale. Da quel momento in poi le banche statunitensi hanno progressivamente sottratto quote di mercato ai concorrenti europei, a partire da Deutsche Bank, Barclays e Société Générale. Il motivo? Nel Vecchio Continente gli istituti hanno dovuto affrontare anni di ristrutturazioni e di tagli, mentre i gruppi Usa si sono rapidamente rimessi in carreggiata e hanno incrementato la propria scala operativa. Anche nei segmenti tradizionalmente considerati di elezione per le banche europee, come le operazioni di taglia medio-piccola o i mercati domestici, i giganti di Wall Street si sono fatti agguerriti sfruttando a proprio favore gli arbitraggi regolamentari e l’accesso a grandi clienti internazionali.
Lo scorso anno Jp Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citi e Bank of America nell’area Emea hanno generato ricavi complessivi da investment banking per 7,5 miliardi di dollari, quasi il Pil di un piccolo stato come il Liechtenstein e ben più di quanto realizzato sempre nel 2025 dai grandi player europei come Bnp Paribas (1,1 miliardi), Deutsche Bank (955 milioni) e Barclays (889 milioni). Le banche americane dominano soprattutto le operazioni di grandi dimensioni, da un miliardo di dollari in su, con una particolare concentrazione nei settori della tecnologia, dei media e delle telecomunicazioni. A livello settoriale i guadagni sono più pronunciati nell'm&a, dove lo scorso anno gli istituti Usa hanno registrato una quota di mercato in crescita di oltre due punti rispetto al 2024, mentre le banche europee sono calate.
La crescita dei competitor americani non è certo una novità per i banchieri europei. Alcuni di loro hanno più volte evidenziato il trend in atto, i rischi impliciti e le possibili soluzioni. Sin dalla crisi del 2007-2009, le autorità di regolamentazione statunitensi hanno chiaramente indicato che volevano che le banche statunitensi «fossero la forza trainante nel settore dei servizi finanziari, in modo da consentire loro di crescere», ha dichiarato il ceo di Ubs Sergio Ermotti. Tesi condivisa dal suo collega Andrea Orcel, numero uno di Unicredit: «Abbiamo bisogno di quattro o cinque banche veramente grandi in Europa», ha spiegato il banchiere nella prima intervista rilasciata nel 2026, ponendo l’accento soprattutto sulla necessità di unire le forze con grandi operazioni di m&a. Strategia non facile viste le difficoltà create sinora dai regolatori e dai governi. (riproduzione riservata)