La corsa dei salari contrattuali rallenta. Alla fine di settembre 2025, secondo gli ultimi dati dell’Istat, le retribuzioni orarie fissate dai contratti collettivi sono aumentate del 2,6% su base annua, contro il +3,3% registrato nel trimestre precedente. Un passo più corto, dunque, ma ancora sufficiente a mantenersi sopra il tasso d’inflazione, ormai stabilizzato poco sotto il 2%.
Nei primi nove mesi dell’anno la retribuzione oraria media è cresciuta del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2024, ma il traino arriva dal settore pubblico, dove gli aumenti tendenziali toccano il +3,3% contro il +2,3% dell’industria e il +2,4% dei servizi privati. In cima alla classifica degli aumenti spiccano ministeri (+7,2%), comparto militare-difesa (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%), mentre per farmacie private e telecomunicazioni la variazione è nulla.
Alla fine di settembre risultavano in vigore per la parte economica 46 contratti collettivi nazionali, che coprono il 56,9% dei dipendenti – circa 7,5 milioni di persone – e il 54,6% del monte retributivo complessivo. Nel terzo trimestre ne sono stati rinnovati cinque: due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione. Restano invece in attesa di rinnovo 29 contratti, che riguardano 5,6 milioni di lavoratori, pari al 43,1% del totale.
L’elemento più critico resta il tempo medio di attesa per i rinnovi, salito a 27,9 mesi per chi ha il contratto scaduto (erano 18,3 dodici mesi fa) e a 12 mesi considerando l’intera platea dei dipendenti. Si tratta dei valori più alti dal 2015, segno di una contrattazione collettiva ancora rallentata dal ciclo economico e dal quadro politico incerto.
Nel complesso, la dinamica salariale risulta in raffreddamento dopo il picco del 2023, quando la spirale inflazione-rinnovi aveva spinto gli aumenti ai massimi degli ultimi dieci anni. Oggi, con i prezzi tornati sotto controllo e la crescita del pil prossima allo zero, le parti sociali si muovono in equilibrio tra la tutela del potere d’acquisto e la necessità di contenere i costi per le imprese.
A settembre 2025, tuttavia, il recupero reale resta incompleto: le retribuzioni contrattuali in termini reali sono ancora inferiori dell’8,8% ai livelli di gennaio 2021, prima dell’impennata dei prezzi post-pandemia. Il gap, in sostanza, mostra come la rincorsa dei salari non sia ancora bastata a compensare integralmente la perdita di potere d’acquisto subita negli ultimi quattro anni. (riproduzione riservata)