L’economia dell'area euro è rimasta debole nel primo trimestre del 2014 con il settore terziario solido e la manifattura alle prese con domanda e produzione deboli. Tuttavia, le indagini, ha sottolineato la presidente della Bce, Christine Lagarde, nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo, indicano «una graduale ripresa nel corso di quest’anno».
Quanto all’inflazione nell’area euro continua a scendere, al 2,4% a marzo, ma quella dei servizi resta alta. Nei prossimi mesi l’inflazione è vista «fluttuare» per poi muoversi al target del 2% della Bce. Le misure di lungo termine sul caro vita sono rimaste «ampiamente stabili» a livelli coerenti con l'obiettivo di Francoforte. I rischi per la crescita restano, quindi, orientati al ribasso e la Lagarde ha ribadito che le decisioni di politica monetaria saranno prese «meeting by meeting», quindi ancora una volta saranno i dati macro a guidare i passi della banca centrale: «a giugno avremo molti più dati e informazioni e anche le nuove proiezioni macroeconomiche», ha affermato. Tre, in particolare, i dati che verranno attentamente monitorati per valutare le possibili pressioni al rialzo sui prezzi al consumo: «i salari, gli utili delle imprese, affinché assorbano gli aumenti dei salari, e la produttività, che speriamo migliori nel 2024», ha indicato la numero uno della banca centrale.
Dunque, «non c’è alcun percorso prestabilito sui tassi», ha aggiunto la Lagarde, chiarendo che la Bce non dipende dalla Fed che potrebbe ritardare il taglio dei tassi dopo l’inflazione più alta delle attese a marzo. «Ho detto in passato che siamo legati ai dati e non alla Federal Reserve». Tuttavia, ha precisato, «qualunque cosa che accada sul mercato statunitense ci interessa e se ne terrà conto nelle previsioni che aggiorneremo a giugno» perché gli Stati Uniti sono un mercato «molto grande e un polo finanziario globale».
La Banca Centrale Europea ha lasciato invariati i tassi di interesse (al 4% quello sui depositi), ma ha inviato un segnale ancor più chiaro che potrebbe essere pronta a tagliarli al meeting del 6 giugno (25 punti base?) mentre l'inflazione della zona euro continua a scendere verso l’obiettivo del 2% di Francoforte. I banchieri centrali, compresi quelli che di solito sono favorevoli a tassi più elevati, si sono, infatti, schierati a favore di una riduzione dei tassi nella riunione del 6 giugno, a condizione che gli indicatori fondamentali, tra cui la crescita dei salari e l'inflazione core, continuino a scendere. Addirittura già nella riunione odierna alcuni, «pochi membri del consiglio direttivo», ha rivelato la Lagarde, «erano propensi a un taglio dei tassi di interesse, ma alla fine si sono allineati al consenso dei banchieri a favore di uno status quo».
La Bce mantiene, quindi, la sua linea attendista: occorrerà attendere almeno la fine del primo semestre per avere un quadro più completo. «Ad ogni modo, il trend calante dell’inflazione, sempre più vicina al target del 2%, unito alla politica di allentamento monetario intrapresa dalla Svizzera, lasciano sperare gli investitori in un primo taglio dei tassi già a giugno», ha previsto Roberto Rossignoli, Senior Portfolio Manager di Moneyfarm. «Sembrerebbe, dunque, profilarsi una divergenza tra la politica monetaria della Fed e quella della Bce: mentre la prima è chiamata ad affrontare crescenti pressioni inflazionistiche in un contesto di crescita economica robusta, la seconda è alle prese con il difficile compito di calibrare le proprie mosse e tenere conto delle loro potenziali ripercussioni su valute e prezzi al consumo a livello globale».
Anche per Ben Laidler, Global Markets strategist di eToro, la Bce sembra sulla buona strada per tagliare i tassi a giugno. «Ciò sta ampliando il divario transatlantico tra tassi d'interesse e inflazione, soprattutto considerando che, con un'inflazione europea al 2,4%, la Bce ha la capacità di manovra di tagliare i tassi d'interesse per tre volte quest'anno», ha detto Laidler. «Con l'economia europea debole e l'inflazione in calo, i tagli dei tassi d'interesse sono giustificati e necessari. Lo stesso non vale necessariamente per gli Stati Uniti, dove l'eccezionale resilienza dell'economia mantiene l'inflazione scomodamente alta, mettendo in dubbio la possibilità che la Fed tagli i tassi quest'anno».
Nick Sheridan, Portfolio Manager di Janus Henderson, ricorda che ultima volta che la Bce e la Fed si sono mosse in direzioni diverse è stato nel marzo 2016, quando l'Europa ha visto ridurre i tassi mentre quelli statunitensi iniziavano a salire. «I probabili effetti di tali tagli sono l'indebolimento dell'euro nei confronti del dollaro, l'aumento dei prezzi del petrolio (valutato in dollari) che impatterebbe sull’inflazione; per la Bce si tratta ancora di un gioco di equilibrio», ha avvertito Sheridan.
Comunque, l'inflazione resta una delle preoccupazioni principali per la Bce ed è fortemente influenzata dall'inflazione dei servizi «che attualmente si attesta al 4% e contribuisce in modo sostanziale all'inflazione headline», ha osservato Des Lawrence, Senior Investment Strategist di State Street Global Advisors. «L'inflazione dei servizi è a sua volta piuttosto sensibile all'inflazione salariale, da cui l'attenzione della Bce per l'andamento dei salari. Riteniamo che la Bce possa continuare a preparare il mercato a un taglio dei tassi nella riunione di giugno. A meno di sorprese significative sui prossimi dati salariali e sull'inflazione, riteniamo che quest'anno la Bce possa probabilmente realizzare tagli dei tassi di circa 100 punti base». (riproduzione riservata)