Chi pensava che l’epoca dei monarchi assoluti appartenesse al passato deve ricredersi. Nel suo discorso di 66 minuti alla Knesset Donald Trump ha dimostrato al mondo di possedere ed esercitare senza imbarazzo un potere senza precedenti nella storia dei capi di Stato dei paesi democratici.
Ha rivendicato il successo di una tregua che si attendeva da mesi senza alcun progresso. Ha celebrato insieme ai deputati israeliani la liberazione dei 20 ostaggi sopravvissuti al blitz del 7 ottobre, a fronte di 1700 detenuti palestinesi.
Ha schiuso a Israele uno scenario di reintegrazione nel mondo civile e di egemonia nel Medio Oriente. Ha persino invocato per il presidente Benjamin Netanyahu la grazia da parte del presidente Isaac Herzog per le accuse di corruzione.
Allo stesso tempo, non ha nemmeno finto di essere equidistante tra le due parti poiché ha negato un futuro allo Stato palestinese. E ha persino promesso il riconoscimento americano per i territori occupati da Israele in Cisgiordania, o almeno per una parte di essa.
Eppure il risultato è straordinario. L’opinione pubblica non resisteva più alle immagini di massacri quotidiani nella striscia di Gaza, accerchiando Israele con un cordone di condanna e di repulsione. Ebbene il massacro è finito.
E se i palestinesi non possono gioire perché quello che resta di Gaza è un cumulo di macerie, almeno le bombe hanno smesso di cadere e l’accoglienza dei prigionieri liberati dalle galere israeliane è stata una festa grandiosa.
Come è stato possibile questo esito? Innanzitutto Hamas ha perso la guerra ed è stata decapitata. È stata abbandonata dagli Stati che la sostenevano e non era più supportata da una popolazione estenuata. Militarmente è un fatto: Israele ha stravinto. Ma prevalere con le armi non equivale a capitalizzare politicamente la vittoria. Anzi, Israele stava perdendo clamorosamente questa guerra, condannandosi a un destino di isolamento internazionale e regionale.
Grazie a Trump in un colpo solo Israele ha vinto anche questa seconda guerra: la comunità internazionale, che con molta riluttanza aveva ceduto alle pressioni dal basso per il riconoscimento della Palestina, è pronta a riaccogliere Israele. E, dato ancora più importante, dopo il gravissimo errore dell’attacco al Qatar Tel Aviv si appresta a stabilire relazioni diplomatiche con il resto del Medio Oriente.
Certo, molto dipenderà dal successo dell’amministrazione internazionale che si profila per Gaza. Ma i precedenti sono incoraggianti. Ai tempi della Società delle Nazioni fu un successo l’amministrazione internazionale della Saar e, più recentemente, quella del Kosovo.
Intanto bisogna rassegnarsi ad ammettere l’evidenza. Trump, lo stesso che aveva qualche tempo fa immaginato di trasformare Gaza in una Miami, si è ricreduto con una delle giravolte cui ci ha abituato e i risultati si sono visti. L’assolutismo è tornato di moda e bisognerà che ci facciamo l’abitudine. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze