La Banca Nazionale Svizzera nega le accuse di manipolazione valutaria. Una ferma presa di posizione dopo che gli Stati Uniti hanno incluso di nuovo la Svizzera nella lista dei Paesi sospettati di pratiche commerciali e valutarie sleali. Era uscita dall'elenco delle nazioni sotto osservazione a novembre del 2023.
La BNS ha assicurato che «non si impegna in alcuna manipolazione del franco svizzero» e che non mira a impedire aggiustamenti nella bilancia commerciale o a garantire vantaggi competitivi sleali per l’economia svizzera.
Il Dipartimento americano del Tesoro, che il 5 giugno ha inserito sia la Svizzera sia l’Irlanda nell’elenco dei potenziali manipolatori dei cambi, punta il dito su quelle nazioni che hanno un ampio surplus commerciale. La lista già comprendeva Cina, Giappone, Corea, Taiwan, Singapore, Vietnam e Germania.
L'anno scorso, però, nessun grande partner commerciale degli Stati Uniti ha manipolato il tasso di cambio della propria valuta rispetto al dollaro Usa per ottenere un vantaggio competitivo nel commercio internazionale, ha ammesso il Tesoro Usa.
In effetti, c’è molta tensione sulle valute, dollaro in primis, più che sugli altri asset che, invece, mostrano una tenuta del risk on. Negli ultimi cinque giorni l’euro ha guadagnato lo 0,67% nei confronti del biglietto verde e il franco svizzero lo 0,15%.
Nonostante le proroghe che il presidente statunitense, Donald Trump, ha concesso ai partner commerciali, prima di un’eventuale applicazione dei dazi reciproci, rappresentati nella famosa tabella mostrata nel giorno del Liberation Day il 2 aprile, il dollaro non è tornato ai livelli di partenza di inizio anno, in area 1,0200 nei confronti dell’euro.
Invece, ha perso ancora terreno, arrivando al test di 1,1580 prima di correggere qualche posizione, sottolinea Saverio Berlinzani, analista senior di ActivTrades. Le ragioni sono da ricercare nel fatto che, una volta che il mercato ha assorbito la questione dei dazi, si sia concentrato sui dati macro americani che hanno evidenziato un leggero rallentamento che ha indotto a pensare che prima o poi la Fed si sarebbe mossa sui tassi di interesse (al ribasso), il che è stato considerato positivamente dai listini azionari americani, per via della logica conseguenza di minori oneri per le aziende finanziate.
Sui cambi, invece, spiega Berlinzani, l’idea che è emersa ha riguardato la necessità di indebolire il biglietto verde sia per aggiustare, almeno in parte, l’enorme deficit commerciale Usa, sia perché a tendere la forbice dei tassi sarebbe scesa rispetto ad altre valute, rendendo meno appetibile il biglietto verde. In aggiunta, la discesa della valuta statunitense è stata alimentata dal mercato obbligazionario che ha visto un sell-off sui titoli di Stato Usa con rendimenti in salita che hanno avuto come principale vittima proprio la valuta americana. (riproduzione riservata)