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Multiproprietà sotto inchiesta nei tribunali e sguardo rivolto a nuove formule di investimento immobiliare. Questo l'ultimo messaggio degli esperti del settore che invitano però a non generalizzare. Non tutte le formule di cosiddetta multiproprietà sono uguali e non tutti i proprietari sono scontenti. È vero piuttosto che, dei numerosi proprietari (si parla ancora di oltre 100 mila) di appartamenti in multiproprietà in Italia, molti tentano disperatamente di liberarsene, altri accolgono le eventuali proposte alternative dell'iniziale società venditrice, moltissimi ricorrono alle vie legali, ma alcuni si dichiarano invece ancora soddisfatti, specie coloro che hanno acquistato con la formula «non utilizzo non pago». Perché, più o meno impropriamente, diverse infatti sono le formule incasellate nel termine «multiproprietà». «Quella classica è il trasferimento con un normale rogito di una quota millesimale indivisa di un immobile a destinazione alberghiera, catastalmente inquadrato come categoria D8», spiega Nicola Cighetti, amministratore delegato di Domina Case Vacanze. Ma esistono anche altre soluzioni di time sharing, che si pongono tra lo strumento turistico e l'investimento immobiliare, in cui una settimana di vacanza all'interno di un hotel viene stabilmente concessa in usufrutto o semplicemente affittata con una formula specifica, oppure viene proposto l'acquisto di un appartamento in un residence o un rent to buy. A questa lista si aggiungono poi i recentissimi condo-hotel: «la formula ha riscosso grande successo all'estero, specialmente negli Stati Uniti», spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari. Del resto il tramonto della multiproprietà è un fenomeno più italiano che estero, dove strumenti di questo tipo sono ancora oggi molto richiesti. Molte le ragioni. Secondo Paola Gianasso di Scenari Immobiliari si può individuare innanzitutto un fattore culturale, perché gli italiani restano ancorati all'investimento nel mattone di tipo tradizionale, in cui l'acquisto della proprietà piace se è pieno ed esclusivo senza limiti di utilizzo, come prevede del resto il codice civile tricolore. «Non mancano poi ragioni legali», continua Gianasso, «perché la formula della multiproprietà purtroppo è stata spesso sfruttata da soggetti non professionali per aggirare il problema dell'invenduto di case a prezzo pieno. Il tutto utilizzando contratti capestro indecifrabili conclusi solo grazie all'appeal delle immagini abilmente mostrate». Ci sono infine altre due ragioni importanti nel declino della multiproprietà. La prima è che gli acquirenti attratti da questo tipo di acquisto appartengono di solito al ceto medio, quello che oggi risente in modo più pesante della crisi economica. L'altra è di tipo sociologico: gli italiani vanno in vacanza tutti insieme, ad agosto. Non è facile scambiare settimane offrendole in periodi diversi.
Per i titolari insoddisfatti di una multiproprietà oggi ci sono tre possibilità di uscita: se riescono, rivendere attraverso l'originario venditore che, quando è serio, offre anche questo servizio. In alternativa, provare a rinegoziare gli accordi, in modo da ridurre o eliminare le spese. Perché il punto più critico spesso sono proprio i costi: gli acquirenti devono pagare annualmente spese di gestione e spese condominiali costituite dal pro-quota di alcune spese (e quando occorre, anche le spese straordinarie). «Questo però ai nostri acquirenti non succede» spiega Cighetti «perché con la formula di Domina Case Vacanze in caso di mancato utilizzo le spese di gestione non sono dovute». Molti sono tuttavia quelli che ricorrono alla terza strada, quella legale. In tanti infatti, specie chi ha acquistato dalle società meno serie, sono rimasti ingabbiati con acquisti che non interessano più: perché non si riescono più a utilizzare, non si riescono a vendere e costringono al pagamento di costi annui, cui non ci si può sottrarre. E sono numerose le sentenze che dichiarano nullo o altrimenti invalido il contratto d acquisto, costringendo il venditore al rimborso del prezzo. Una trappola dunque, da cui a volte solo un magistrato può liberare. (riproduzione riservata)
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