Errare è umano. Perseverare sarebbe tremendamente diabolico. Con delle giuste regole però tutto si può fare. Andiamo con ordine. La gestione lasciata all’Europa, nello specifico all'Eif-Fondo Europeo per gli Investimenti, della piattaforma ITAtech per sostenere il trasferimento tecnologico delle università italiane ha lasciato un segno, un retaggio forse indelebile.
ITAtech aveva in mano 200 milioni, 100 di Cdp e 100 messi a disposizione dall’Eif. Ebbene, per un settore strategico come quello delle biotecnologie il gestore prescelto fu francese, Sofinnova Partners. Quartier generale in 7-11 boulevard Haussmann, Paris. Imbarazzo e polemiche seguirono ma la Cdp, allora a guida Fabio Gallia, non ascoltò né l’industria nazionale né il sistema della ricerca, e spedì i soldini oltralpe.
Il fatto è ormai ai libri di storia. E di autogol così la nostra politica industriale e il nostro non-capitalismo-politico ne sono costellati. Conseguenze. La nuova Cassa, oggi a guida Fabrizio Palermo, ha ripreso in mano la partita, ha dribblato Eif e scansato una ITAtech 2 a gestione Ue. Anzi, ha rilanciato. E’ nato Fondo nazionale innovazione (Fni) nella nuova Cdp Venture. Alla guida Enrico Resmini, già Mckinsey e Vodafone. Ma qui il paradosso. A causa del trauma ITAtech, a Roma è enorme l’imbarazzo. Non si vuole dialogare o almeno non lo si può più fare apertamente con fondi internazionali per timore di perseverare.
Luigi Di Maio, che da lì a poco sarebbe entrato in pompa magna al ministero allo Sviluppo economico, in piena campagna elettorale di quella che è stata forse ad oggi la startup più di successo in Italia, dichiarò: "Con il M5S al governo non succederò più che una società come Cdp eroghi attraverso ITAtech fondi ad una società di venture capital francese. L'Italia non è colonia francese e deve curare il proprio interesse nazionale. Con la nostra banca pubblica di investimento finanzieremo le imprese start-up italiane per ricostruire quel tessuto industriale innovativo che è andato perduto negli ultimi anni”.
Invece, no. Ben venga lo straniero. Questa volta però servono regole. Se invitiamo qualche d’uno in casa nostra che guarderà intimamente la nostra tecnologia, bene nazionale strategico, che almeno apporti risorse fresche da fuori. Ovvero, la regola aurea dovrebbe essere il pari passu. Ad ogni euro del contribuente o risparmiatore italiano, corrisponda un euro portato del gestore estero in Italia. Così han fatto molti paesi per attirare capitali.
Insomma, basta pasti gratis a francesi o altri. Avere operatori esperiti non italiani in un’industria, quella del venture capital, da noi ancora in base embrionale, può essere anche un vantaggio per l’ecosistema. Ma non imporre almeno un effetto leva è comico e insulta ogni politica economica degna di una qualsivoglia definizione.
Ora, le polemiche per quello che si potrebbe definire, esagerando, come uno "scippo francese" alla faccia del golden power tanto sbandierato in altre situazioni, ha perlomeno spinto Sofinnova ad una sorta di give back effettivamente non dovuto. Ovvero, stabilizzazione di team (senza poteri di investimento, senza portafoglio) in Italia, affitto di un ufficio a Milano, lobby e interviste pro-scienza italiana. Molto bene. Ma forse pochino a fronte dei circa 20 milioni di commissioni di gestione andate ad ingrossare la Senna: 2% su circa 100 milioni raccolti per 10 anni di durata del fondo.
L’ecosistema italiano del trasferimento tecnologico va fondato. Ne abbiamo bisogno per competere e per creare posti di lavoro qualificati e ben remunerati, per tenere i cervelli. Cdp Venture e i 500 milioni di Fondazione Enea Tech sono un ottimo inizio. E ben venga lo straniero (con dote)! (riproduzione riservata)