In mezzo al guado dopo aver abbattuto l’inflazione galoppante, con una povertà dilagante che gelava l’entusiasmo popolare che aveva caratterizzato la sua fulminea carriera politica, è stato solo grazie all’aiuto dell’amico americano che il presidente argentino Javier Milei è riuscito a ribaltare in poco più di un mese la pesante sconfitta incassata il 7 settembre scorso, quando alle elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale di Buenos Aires aveva vinto il governatore uscente e candidato peronista Axel Kicillof.
Milei era corso ai ripari incontrando il 14 ottobre a Washington il presidente Donald Trump. Subito dopo, un lunghissimo post pubblicato su X dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, ha messo in moto il meccanismo di intervento che ha restituito la fiducia nei confronti del peso e dello stesso Milei: «La comunità internazionale, incluso il Fmi, si sta schierando con l’Argentina e la sua prudente strategia fiscale, ma solo gli Stati Uniti possono agire con rapidità. E agiremo. Per questo oggi compriamo peso argentini. Inoltre, abbiamo concluso un accordo di swap in valuta con la Banca centrale argentina per 20 miliardi di dollari. Il Tesoro degli Stati Uniti è pronto a prendere, immediatamente, le misure eccezionali necessarie per stabilizzare il mercato».
La fuga dal peso doveva essere bloccata a ogni costo e solo le mani forti del governo statunitense potevano riuscirci: il 20 ottobre, quando la banca centrale argentina ha dato notizia ufficiale dell’accordo di swap, il cambio era infatti arrivato ai minimi storici, al livello di 1.475 peso per 1 dollaro, perdendo in quella sola giornata l’1,7%.
Sono stati davvero una manna caduta dal cielo, i 20 miliardi di dollari arrivati da Washington, una somma identica a quella prestata tempo fa dal Fmi, ma che è stata ottenuta da Milei solo recandosi da Trump, sulla fiducia, senza doversi sottoporre a lunghe e umilianti trattative sulle condizioni per ottenerla e soprattutto senza dover pagare altri interessi per la restituzione: le condizioni dello swap, che ci sono, non sono state rese note.
Mentre i peronisti sapevano solo stampare peso, creando un’inflazione incontrollabile, Milei ha dimostrato di avere il potere di far piovere dollari: per questo, in meno di una settimana, il consenso popolare nei suoi confronti è tornato forte ed il suo futuro politico roseo.
Alle elezioni politiche parziali del 26 ottobre, in cui erano in ballo la metà dei seggi della camera e un terzo di quelli del senato, il suo partito La Libertad Avanza ha riportato addirittura il 40,6% dei voti, rispetto al 33,6% dei suffragi ottenuti dai peronisti di Forza Patria, mentre si è fermato ad appena l’8,2% la neocostituita Lega dei governatori delle province.
Superate le incertezze sul piano elettorale, Milei si trova a dover affrontare i nodi di fondo che strangolano da anni l’economia argentina: gli effetti della politica di liberalizzazione del mercato dei cambi e delle esportazioni sono dimostrati concretamente dal fatto che con il suo governo il prezzo interno pagato ai produttori di soia al netto delle tasse è salito dal 40% a oltre l’80% del prezzo internazionale, un aumento avvenuto ovviamente a discapito dei consumatori argentini.
Ma mentre il commercio con l’estero è strutturalmente in attivo per merito dell’esportazione di minerali, di prodotti energetici, agricoli e dell’allevamento, c’è un passivo altrettanto strutturale non solo per tutte le altre categorie merceologiche e per i servizi, ma soprattutto per via dell’esborso netto sui redditi primari, per l’onere degli interessi sui debiti.
L’onere per i titoli di debito sottoscritti dagli investitori non residenti cela una esterovestizione molto consistente di capitali argentini detenuti all’estero, fuggiti da decenni per sfuggire alle nazionalizzazioni e alle dure repressioni finanziarie e valutarie adottate dai governi peronisti susseguitisi nel tempo: solo il loro rientro, senza contropartita, potrà consentire all’Argentina di abbattere il debito verso l’estero e il deflusso annuale di una mole eccezionalmente rilevante di risorse che ne deriva.
È questa la sfida di eccezionale portata che ha di fronte Milei: non tanto quella di convincere i capitali stranieri a investire in Argentina, ma gli argentini a tornare ad avere fiducia nel proprio Paese e nella propria moneta.(riproduzione riservata)