A quasi tre anni dall’invasione dell’Ucraina, per le banche europee è sempre più difficile lasciare la Russia. In aggiunta alle misure punitive già adottate, il Cremlino ha deciso di inasprire le condizioni per la exit degli istituti e delle altre aziende straniere.
La cosiddetta exit tax, cioè il contributo «volontario» necessario per disfarsi delle attività su suolo russo, sale dal 15 fino al 35%. Il doppio scopo è quello di rimpinguare le casse dello Stato e di penalizzare ulteriormente i paesi della Nato in risposta alle sanzioni. Non solo. Lo sconto minimo che il venditore dovrà accettare nell’ambito della dismissione degli asset russi passerà dal 50 al 60% del loro valore nominale.
In media con il nuovo provvedimento, il 25% del valore dell'accordo di exit dovrà essere versato al Tesoro russo entro un mese dalla chiusura della transazione, il 5% entro un anno e il restante 5% entro due anni. Al momento comunque non è chiaro quando il provvedimento entrerà in vigore e il ministero delle finanze (che, attraverso una commissione governativa, determinerà il valore della tassa) non ha rilasciato dichiarazioni. Peraltro gli accordi per un valore superiore a 50 miliardi di rubli (517,6 milioni di dollari) avranno bisogno dell'approvazione personale del presidente, Vladimir Putin.
Questa nuova stretta rende ancora più difficile l’uscita dal Paese per le aziende occidentali, a partire dalle banche. Tra i gruppi impattati ci saranno Unicredit e Raiffeisen Bank International, ancora presenti su suolo russo nonostante i tentativi di dismettere le proprie attività per rispondere al pressing della Bce. L'anno scorso per esempio, secondo fonti finanziarie, la Mubadala Investment di Abu Dhabi avrebbe abbandonato un potenziale acquisto delle attività russe di Unicredit sulla base del fatto che il governo degli Stati Uniti si sarebbe opposto.
All’inizio di quest’anno la Banca Centrale Europea ha scritto agli istituti di credito europei per chiedere una road map chiara per uscire dal mercato russo. A maggio, il governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha affermato che le banche italiane «devono uscire» a causa dei rischi reputazionali. In risposta a queste indicazioni a luglio Unicredit si è rivolta al Tribunale dell’Unione Europea per chiarire le modalità della exit. Nel corso dell’estate Francoforte ha fornito alcune delle delucidazioni richieste dalla banca guidata da Andrea Orcel che, nel frattempo, stava per iniziare la scalata a Commerzbank.
La questione della exit però rimane aperta e Reuters definisce la situazione un «limbo giudiziario». Unicredit comunque ha dichiarato che «continuerà ad agire in base al suo impegno di ridurre significativamente la sua presenza in Russia» e a luglio ha ribadito i suoi obiettivi per il 2025 di ridurre le sue attività in quel Paese.
Intanto è stato firmato nella notte tra il 16 e il 17 ottobre l'accordo tra Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin con Unicredit per ricambio generazionale, occupazione e formazione. La procedura di efficientamenti, inizialmente prevista per 1.600 unità, è stata ridimensionata a 1.000, con una riduzione del 38% rispetto all'avvio della trattativa. Sono previste anche 500 assunzioni. La Fabi ritiene raggiunto l'obiettivo per «un soddisfacente» equilibrio tra ricambio generazionale e bilanciamento occupazionale. Il risultato è stato possibile grazie all'inserimento di 600 lavoratori in percorsi di formazione finanziata (Fba), erogati dall'Academy del gruppo. Tali percorsi prevedono una significativa componente di formazione in aula. Di questi 600 lavoratori, ben 200 - già nel corso del 2025 - saranno ricollocati in rete, rafforzando l'organico delle filiali. (riproduzione riservata)