Due rischi: l’aumento dell’indebitamento e la de-dollarizzazione. Poi un’incognita: le elezioni di novembre. I punti interrogativi sui conti pubblici degli Stati Uniti abbondano, ma sui mercati il debito americano continua a godere di una certa tolleranza e così i Treasury rimangono uno degli asset più sicuri al mondo. L’incantesimo potrebbe spezzarsi a breve. Già dal 2017 Scope Ratings si limita ad assegnare al Paese solo due A, mentre a giugno 2023 ha trasformato l’outlook in negativo.
L’agenzia di rating ha acceso i fari proprio sull’elevato indebitamento degli Usa, che ha invertito il trend discendente del 2021-22. Scope Ratings si aspetta un aumento del rapporto debito/pil solo graduale grazie all’atterraggio morbido dell’economia americana. Ma la crescita reale (+2,8% nel 2024 e +2,5% nel 2025) non basterà per abbattere il rapporto debito/pil, che dovrebbe passare dal 122,1% del 2023 al 138,6% del 2029.
Un balzo non indifferente, se si pensa che nel 2019 era fermo al 108,1%. Certo, di mezzo c’è una pandemia, ma ciò non toglie che gli Usa manterranno il terzo più alto rapporto debito/pil del G7 dopo Giappone e Italia.
La storia si ripete per il disavanzo primario, che tra 2024 e 2029 dovrebbe mantenersi in media al 4,1%. Il conto sale con la spesa per interessi, prevista al 3,7% del pil entro il 2029, quasi il doppio del 2,1% del 2020. «Il costo è in aumento perché i tassi resteranno più alti più a lungo e comunque la Fed li manterrà sopra i livelli pre-2022 anche dopo l’inizio dei tagli», scrivono Dennis Shen e Brian Marly del sovereign and public sector group di Scope Ratings.
I due analisti stimano un deficit annuo medio del 7,7% del pil fino al 2029. Ma il Treasury resta impassibile e continua a «garantire maggior resilienza economico-finanziaria e afflusso di beni rifugio durante gli shock». Scope Ratings quantifica l’effetto reputazione: riduce il tasso debitore di circa 25 punti base.
Questo meccanismo sarà messo alla prova dalle elezioni. Se Casa Bianca e Congresso andranno allo stesso partito è immaginabile un ulteriore allentamento del bilancio. Questo anche in caso di vittoria di Donald Trump, che ha una maggiore propensione alla spesa rispetto alla tradizione repubblicana. L’ex presidente potrebbe scatenare una guerra commerciale con la Cina, che ha già avviato la de-dollarizzazione.
Stessa cosa la Russia dopo le sanzioni post invasione ucraina, comportamento copiato da alcuni investitori del Sud del mondo. «Trump potrebbe accelerare la de-dollarizzazione con un atteggiamento più ostile nei commerci», spiegano Shen e Barly. «Una nuova riduzione delle riserve globali in dollari potrebbe spingere a investire su asset più sicuri del Treasury». (riproduzione riservata)