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La pace sulle Generali non sia a tarallucci e vino
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La pace sulle Generali non sia a tarallucci e vino

di Angelo De Mattia
29 aprile 2022, 17:10 Ultimo aggiornamento: 17:24

La strategia dei «vincitori» è stata molto abile. Ora si tratta di verificare se vi siano le condizioni per un’auspicabile «pax» tra gli schieramenti, considerando naturalmente che il successo conseguito dalla lista del consiglio deve fondarsi su di un bilanciamento dei rispettivi progetti

Quello dell’insuccesso della lista Caltagirone nel confronto con quella del consiglio di amministrazione per il governo delle Generali non sarà un caso di «furia francese, ritirata spagnola», anche perché furia non è stata. È bene però rimarcare che la distanza che separa i due gruppi è rilevante, quasi due volte e mezza quella che avrebbe potuto essere attribuita a una parte dell’esercizio del voto oggetto di possibili contestazioni (per il prestito-titoli di Mediobanca e il diritto di voto su azioni vendute che De Agostini si è riservata). Certo, la strategia dei «vincitori» è stata molto abile, prendendo le mosse dalla formazione della lista del consiglio che costituisce di per sé già un importante passo avanti che sfrutta pure una lacuna normativa. Il prestito titoli, insieme con il voto relativo ad azioni vendute, ha avuto un effetto ultrattivo perché ha ingenerato la prevalente convinzione delle maggiori possibilità di successo della relativa lista. Non va nascosto, comunque, che una parte dei votanti si sarà accontentata dei risultati non disprezzabili finora conseguiti dalla compagnia e non si è concentrata sulle importanti problematiche sollevate dalla lista concorrente, sui corrispondenti indirizzi operativi e strategici, sul voltar pagina e «svegliare» il Leone, e ciò anche per l’incompletezza di alcuni dati acquisibili solo se legittimamente si può accedere agli «interna corporis»: la svolta tuttavia era sufficientemente delineata, benché mancasse, e «pour cause», un riferimento al necessario aumento di capitale. Si è posto, in effetti, un problema di piena credibilità delle proposte. I fondi esteri hanno sostenuto la compagine vittoriosa: per chi aveva gridato «al lupo» dall’estero è un evento singolare. Ma, come si è detto, non si intravede una ritirata dell’imprenditore romano e dei sostenitori della sua iniziativa. I voti però parlano definitivamente, tuttavia essi assegnano alla lista sconfitta la titolarità, nel consiglio, di una minoranza di blocco fondamentale nel caso di operazioni straordinarie. Vi sono poi gli strascichi delle questioni, a rilievo giuridico, sollevate in questi mesi. Non sono «a priori» da escludere, al di là di eventuali ostacoli della normativa di Vigilanza pur sempre ovviabili, ipotetici impatti su Mediobanca, sostenitrice della lista vincitrice, nella quale con circa il 19% primo azionista è la Delfin di Del Vecchio che ha votato per Caltagirone, mentre quest’ultimo ha una partecipazione intorno al 5%. In sostanza, si tratta di verificare se vi siano le condizioni per un’auspicabile «pax» tra gli schieramenti, che non può essere ovviamente «a tarallucci e vino», pena la caduta di credibilità di entrambi, ma considerando naturalmente il successo conseguito dalla lista del consiglio deve fondarsi su di un bilanciamento dei rispettivi progetti, per gli aspetti operativi, strategici e dei manager. «In primis», i superiori interessi della compagnia - insieme con quelli generali - con i quali deve essere coerente la crescita di valore della società. Nell’impossibilità di un solido «pactum», che qui non si auspica affatto, resta la via di una dialettica corretta, fisiologica, che non perda mai di vista il «bonum commune» della compagnia. (riproduzione riservata)



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