Gli accordi Israele-Hamas riaprono la corsa allo sfruttamento dei giacimenti offshore israeliani, ma quel fronte è tutt’altro che pacificato. Se il governo di Benjamin Netanyahu punta a rilanciare prima possibile l’esplorazione e la produzione, la Palestina è pronta a rivendicare la titolarità di una risorsa che potrebbe rappresentare la sua unica leva economica: Gaza Marine, il piccolo campo di gas al largo della Striscia mai entrato in produzione e stretto tra i ben più grandi Leviathan e Tamar. Gaza Marine sembra come quei fragili appezzamenti di terreno che provano a resistere agli espropri mentre tutto intorno sorgono opere imponenti.
Secondo l’Israel Country Overview di Wood Mackenzie, la Zona Economica Esclusiva di Israele copre oggi circa 25mila chilometri quadrati, dal confine con il Libano fino alle acque egiziane di Ashkelon e a ovest fino a Cipro, con risorse complessive stimate in circa 990 miliardi di metri cubi di gas naturale. Subito oltre la linea meridionale, però, resta una fascia di mare di circa 750 km quadrati che non appartiene a nessuno Stato riconosciuto. È lì che si trova Gaza Marine, con i suoi circa 30 miliardi di metri cubi a 35 chilometri dalla costa e 600 metri di profondità.
Il campo è stato scoperto nel 2000 dall’allora British Gas, poi acquisita da Shell nel 2016. Il progetto è rimasto in sospeso, finché nel 2018 la major anglo-olandese si è ritirata, giudicandolo non più strategico. Nel 2023 Israele ha approvato un via libera preliminare a uno sviluppo congiunto con la Palestinian Authority e l’Egitto, ma gli attacchi di Hamas il 7 ottobre dello stesso anno hanno pregiudicato ogni evoluzione. Ora, con la pace firmata, il dossier torna inevitabilmente sul tavolo: per la Palestina è una risorsa economica e potrebbe garantirle autonomia energetica per almeno un decennio, Israele ne fa una questione di sicurezza e controllo marittimo.
Allo stesso tempo, si muove la partita più grande. I tre poli principali restano Leviathan, Tamar e Karish. I primi due sono operati da Chevron, il terzo da Energean. La rete sottomarina gestita da Israel Natural Gas Lines (Ingl) collega i campi ai terminal di Ashkelon e ai gasdotti per Egitto e Giordania, tra cui la linea El-Arish – Ashkelon, che costeggia proprio la zona di Gaza Marine.
Ma soprattutto, la quarta gara offshore, bandita nel 2023 e formalizzata nel 2025, ha segnato il ritorno delle big oil europee. Due i consorzi principali: per la Zona I ci sono Socar, Bp (sugli scudi per il ruolo di Tony Blair nella gestione del post-cessate il fuoco), e NewMed Energy; per la Zona G c’è Eni con Dana Petroleum e Ratio Energies. Entrambe si trovano nella parte meridionale della Zona Economica Esclusiva, a ridosso delle acque di Gaza.
Per Eni, già attiva in Egitto con Zohr e Damietta Lng, l’ingresso in Israele conclude il corridoio del gas mediterraneo, che collega il Nord Africa al Levantino e all’Europa. Per Bp e Socar, azera, la partnership con NewMed rafforza la connessione tra Mar Caspio e Mediterraneo. In questo contesto, secondo l’analisi di Wood Mackenzie, collegare Gaza Marine ai terminal egiziani di liquefazione attraverso un gasdotto sottomarino potrebbe rendere sostenibile economicamente il giacimento palestinese.
Il bacino del Levantino è oggi un sistema energetico integrato: Israele, Egitto e Cipro condividono flussi e infrastrutture.
Restano però due zone irrisolte: le acque di Gaza, per motivi di sovranità, e il confine marittimo con il Libano, ancora in parte da delimitare. Una stabilità politica potrebbe riaprire anche queste aree all’esplorazione, portando le risorse complessive del bacino oltre i 1.300 miliardi di metri cubi di gas e la produzione giornaliera a da 82 milioni a 114 milioni di mc, rispondendo anche alla domanda crescente di gas dei Paesi europei. (riproduzione riservata)