La National Security Strategy (NSS) pubblicata dall’amministrazione Trump nel novembre 2025 segna il ritorno degli Stati Uniti a una concezione integrata di potere, in cui economia reale, capacità tecnologica, coesione istituzionale e forza militare vengono ricomposti in un’unica struttura strategica. Non è un documento programmatico come altri: è una cornice dottrinale che ridefinisce il nesso tra sicurezza interna e azione esterna, assumendo l’America First come principio ordinatore dell’intero sistema decisionale.
La NSS muove da una diagnosi severa. Le élite del dopo-Guerra Fredda, afferma il testo, hanno sovrastimato la capacità americana di sostenere responsabilità globali illimitate, trascurando gli equilibri interni che rendono possibile qualunque proiezione di potenza. L’illusione di un ordine mondiale controllabile da un’unica superpotenza ha generato dispersione strategica, deindustrializzazione e dipendenza da istituzioni sovranazionali prive di legittimazione democratica.
A questa deriva si è aggiunto un ulteriore elemento spesso ignorato: con la fine della Guerra Fredda è venuto meno anche il sistema di stabilizzazione costruito con gli Accordi di Helsinki essendo svanito il contesto politico che li rendeva efficaci e che per decenni avevano assicurato un quadro minimo di prevedibilità fra gli attori europei. La loro dissoluzione ha lasciato un vuoto che oggi si avverte con chiarezza, soprattutto nella gestione delle crisi continentali.
Di fronte a questo scenario, la risposta americana è un ritorno ai fondamenti: confini protetti, autonomia produttiva, supremazia tecnologica, forza militare credibile, energie abbondanti e low-cost. La sicurezza delle frontiere viene definita «primary element of national security», mentre reshoring industriale, protezione delle supply chain e rilancio dell’energia fossile e nucleare vengono trattati come condizioni indispensabili non solo alla prosperità, ma alla sopravvivenza stessa dello Stato-nazione. In questo quadro, la «Net Zero ideology» è respinta perché considerata incompatibile con la competitività americana.
Sul piano dei principi, la strategia delinea un impianto che potremmo definire sovranista nel senso originario del termine: rispetto rigoroso delle sovranità, rifiuto dell’interventismo come prassi sistemica, difesa del lavoro nazionale, competenza come risorsa strategica. Il documento denuncia esplicitamente il degrado delle funzioni pubbliche provocato dalla sostituzione del merito con criteri identitari, individuandovi un rischio strutturale per la competitività tecnologica e militare degli Stati Uniti.
Nella parte regionale, la NSS presenta una revisione complessiva degli equilibri. Nell’Emisfero Occidentale viene introdotto un Trump Corollary alla Dottrina Monroe: nessuna potenza esterna deve poter esercitare influenza su infrastrutture critiche del continente. È un ritorno alla geopolitica classica, che riafferma la centralità del controllo del proprio spazio strategico.
Nell’Indo-Pacifico, la competizione con la Cina è il baricentro dell’intero secolo. La NSS ricostruisce come Pechino abbia sfruttato l’apertura occidentale per consolidare il proprio apparato industriale e tecnologico, mentre Washington comprometteva la propria base produttiva. Da qui la necessità di preservare un equilibrio militare favorevole, proteggere Taiwan, garantire la libertà delle rotte nel Mar Cinese Meridionale e costruire un blocco tecnologico con alleati pienamente allineati.
La sezione dedicata all’Europa è la più severa. La NSS descrive il continente come un’area afflitta da stagnazione, declino demografico e perdita di identità culturale. Ma il punto più critico riguarda l’Unione Europea: l’Ue continua a operare con Trattati rimasti sostanzialmente immutati per trent’anni, inadatti a un ambiente globale dominato da rivoluzioni tecnologiche, instabilità strutturali e competizione tra potenze.
Questo immobilismo istituzionale espone l’Europa al rischio, esplicitamente indicato nel documento, di trasformarsi in un attore periferico, privo della flessibilità necessaria per difendere i propri interessi e sostituire il venir meno degli accordi di stabilità del passato. In altre parole, se l’Ue non aggiorna rapidamente le proprie fondamenta, conferma la previsione americana: diventare un soggetto che subisce gli eventi invece di governarli.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, la strategia riconosce la fine dell’era delle forever wars e valorizza gli Accordi di Abramo come base di una nuova architettura regionale, mentre l’Africa viene reinterpretata come partner strategico per minerali critici, energia e sviluppo industriale.
La NSS 2025 tratteggia così un ordine internazionale fondato su Stati sovrani forti e su un’America che non cerca più di sostenere da sola l’intero sistema globale, ma di ricostruire le condizioni interne del proprio primato. È un messaggio chiaro anche per l’Europa: nel mondo che viene sopravvive chi aggiorna le proprie strutture; chi resta immobile, ne subisce le conseguenze.(riproduzione riservata)
*ex membro Commissione ECON del Parlamento europeo