Ecoscenaristica. La politica economica e finanziaria ha bisogno di una maggiore interazione con le scienze ambientali e le ingegnerie per capire sia come produrre un ecoadattamento fisico, con scopi di prevenzione dei danni, agli eventi estremi generati dal cambiamento climatico sia per finanziarlo.
Inoltre la spesa di prevenzione può diventare stimolativa di sviluppo multisettoriale, trasformandosi da costo in investimento produttivo.
Questo tema di ricerca ha priorità per l’Italia a causa della sua crescente vulnerabilità territoriale. I rischi sismici e vulcanici sono localizzati, ma sta crescendo quello meteo/alluvionale trasformando la mappa del rischio idrogeologico elaborata dall’Ispra in pericolo per quasi il 90% del territorio nazionale a causa della sua orografia.
Poi va aggiunto l’aumento di intensità delle tempeste marine (cicloni mediterranei) con impatto distruttivo sulle coste, come visto di recente. E non vanno dimenticati i rischi di periodiche siccità gravi in alcune aree nonché quello più a lungo termine dell’aumento del livello del mare.
Il punto: la soluzione «post» dell’estensione dell’obbligo assicurativo per i privati contro catastrofi potrebbe essere insufficiente e quindi va studiata anche una nuova formula «pre» di ecoadattamento territoriale che riduca la vulnerabilità dei luoghi.
Ciò significa abbandonare la speranza della soluzione decarbonizzante? No, però questa sarà lenta anche valutando un’accelerazione del nucleare a fusione e altre fonti energetiche per sostituire il ciclo carbonizzante.
Pertanto l’ecoadattamento resta la strategia più realistica per una difesa rapida quanto il cambiamento climatico, né econegazionista né ecoillusoria.
Negli anni 90 proposi una nuova ecologia artificiale con la missione di adattare il pianeta alla presenza umana, e non viceversa, e lanciai un programma di ricerca «lungo» e multidisciplinare ancora attivo al quale oggi attingo per suggerire una strategia ecoadattiva fattibile e sostenibile.
I punti: a) gli investimenti di terraformazione difensiva (canalizzazioni, barriere eccetera) possono essere gradualizzati aumentando l’informazione utile a definire una gerarchia temporale/situazionale dei rischi demoltiplicando il fabbisogno annuale di spesa pubblica ecoprogrammata; b) i fenomeni franosi possono essere monitorati con sensori (accelerometri eccetera) e geomonitoraggio continuo via AI;
c) l’ingegneria ambientale può creare nuovi spazi utili con crescente valore finanziario, per esempio barriere costiere, anche isole, con nuovi spazi residenziali e turistici;
d) in generale, il più degli interventi difensivi territoriali e urbanistici comporta una modernizzazione di strutture e infrastrutture, risolvendo il problema del loro invecchiamento, cioè l’integrazione tra manutenzione continua e ecoadattamento.
I soldi? Si inizi a studiare un partenariato pubblico privato (Ppp) che raccolga investimenti privati pazienti come moltiplicatori della spesa pubblica. (riproduzione riservata)