Vladimir Putin non si siederà al tavolo con Volodymyr Zelensky, per discutere sulla fine della guerra.
Il presidente russo non ha, quindi, raccolto la richiesta del presidente ucraino, che si è detto «pronto a qualsiasi formato di negoziato», e a guidare la delegazione russa ai colloqui di pace in programma oggi (15 maggio) a Istanbul, c’è Vladimir Medinsky, ex ministro della Cultura e attuale consigliere presidenziale.
Intanto, la delegazione russa è atterrata in Turchia e comprende il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, il viceministro della Difesa Alexander Fomin e il direttore dell’intelligence militare Igor Kostyukov, insieme ad altri quattro esperti. Assente, invece, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
A fare rumore anche l’assenza del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il tycoon avrebbe deciso di non partecipare in seguito della pubblicazione da parte del Cremlino dell’elenco dei nomi che avrebbero preso parte ai negoziati, secondo quanto riferito da un funzionario statunitense a Reuters.
Steve Witkoff, inviato della Casa Bianca in Medio Oriente, si recherà a Istanbul domani (16 maggio), insieme al segretario di Stato, Marco Rubio. Non è escluso che il presidente Usa possa raggiungerli, come ha dichiarato lo stesso Trump in Qatar, seconda tappa del suo tour nel Golfo Persico.
Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, la durata dei colloqui tra Russia e Ucraina in Turchia dipenderà dai loro progressi.
Scettico su possibili passi in avanti è apparso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che a margine della riunione informale della Nato ad Antalya, ha dichiarato: «La Russia non può e non vuole accelerare i tempi perché deve riconvertire un esercito di un milione di persone che guadagnano il doppio di quanto guadagna un operaio russo e tutta l’industria è orientata alla produzione militare. Quindi Putin avrebbe delle ripercussioni sociali non indifferenti».
Sempre a margine della ministeriale Esteri, Marco Rubio ha parlato della posizione di Donald Trump, ribadendo che la sua apertura a qualsiasi processo che consenta una pace giusta. «Il presidente degli Stati Uniti è stato più che chiaro: vuole che la guerra finisca ed è aperto a qualsiasi meccanismo che porti a una pace giusta e duratura». (riproduzione riservata)