È come scomparsa dai radar di borsa. Quasi un fantasma, tanto il suo valore si è assottigliato. Parliamo di Geox, la società posseduta al 71% dalla famiglia Moretti Polegato e che tratta sul listino intorno a 110 milioni di capitalizzazione.
Per un’azienda che ha fatturato, nel 2024, 664 milioni di euro vuol dire che la disaffezione del mercato ha raggiunto vette elevate. Del resto come fidarsi del gruppo pioniere delle «scarpe che respirano», che da anni promette rilanci poi puntualmente smentiti?
Il vecchio piano industriale, uno dei tanti proposti nel tempo, prevedeva un monte ricavi a fine 2024 oltre quota 800 milioni con 35 milioni di utili. La realtà è stata ben diversa: fatturato 2024 di 664 milioni con perdita netta per 30. E il 2025 non è stato da meno, registrando nei primi nove mesi dell’anno un’ulteriore frenata con i ricavi in calo di un altro 6%.
Ma non è finita qui, dato che il gruppo ha fornito nelle settimane scorse le linee guida del budget 2026, prevedendo una flessione ulteriore dei ricavi per una percentuale di una sola cifra percentuale. Così anche il nuovo piano industriale 2025-2029 comincia con il piede sbagliato.
Del resto le delusioni borsistiche di casa Geox non sono certo episodiche, ma abituali da decenni. Il titolo che oggi quota a soli 30 centesimi valeva oltre 3 euro nel 2017, ultimo anno di utili dell’azienda, che da allora ha prodotto solo perdite, come vedremo.
Andando indietro nel tempo Geox valeva oltre 1,2 miliardi all’atto dello sbarco in borsa nel lontano 2004. Certo è un’era geologica, ma dà il senso della lenta consunzione del gruppo nel tempo. All’epoca lo sbarco sul listino fu salutato con fasti e hurrà dagli analisti e dal mercato. In fondo arrivava in borsa un marchio innovativo, con il suo brevetto esclusivo sulla scarpa traspirante e con fondamentali ricchi e solidi.
All’epoca sfornava utili netti per oltre 50 milioni su un fatturato di 340 milioni, un margine operativo lordo di quasi 90 milioni pari a oltre il 26% del fatturato. Per un gruppo attivo nel mercato delle calzature erano numeri d’eccellenza. Che si irrobustirono nei primi anni post quotazione portando il titolo a valere oltre 4 miliardi prima della grande crisi finanziaria del 2008.
Da lì nulla fu più come prima. I ricavi arrivati a valere oltre 900 milioni cominciarono a non crescere più. Ma soprattutto quella che era stata una potente macchina da guerra perdette colpi a livello di redditività. Il margine operativo lordo si afflosciò passando da oltre il 25% dei ricavi a un pavimento minimo di pochi punti percentuali, fino a risultare quasi nullo negli ultimi anni e soprattutto con redditività operativa negativa.
La parabola amara discendente del gruppo di Montebelluna è ben documentata dalla striscia negativa continua delle perdite. L’ultimo utile netto per 15 milioni su oltre 880 di fatturato risale al 2017. Da allora i bilanci si sono sempre tinti di rosso, fino a cumulare perdite per oltre 290 milioni di euro negli anni successivi.
Nel frattempo, nel pieno di una crisi che non finiva, ecco la girandola degli amministratori. Prima la stagione dal 2020 di Livio Libralesso, che aveva promesso un ritorno a una redditività poco sotto il 10%, poi ecco arrivare nel 2024 Enrico Mistron, durato poco più di un anno, a cui è subentrato da poco il nuovo capo-azienda Francesco Di Giovanni.
Nel mezzo la tensione finanziaria che saliva, con debiti totali arrivati a superare nel tempo i 300 milioni, di cui più di un centinaio con le banche. Le quali hanno acconsentito l’anno scorso a una rimodulazione del debito, con un allungamento delle scadenze di 24 mesi. E con l’impegno a un aumento di capitale per 60 milioni, di cui la controllante Lir, la holding finanziaria dei Moretti Polegato, si è impegnata per la sua quota parte a partecipare.
Basterà a far ripartire una macchina inceppata ormai da qualche lustro? Difficile dirlo. Per quest’anno l’azienda ha già comunicato che i ricavi saranno in ulteriore flessione, ma ha riconfermato l’obiettivo di un ebit margin positivo tra il 2 e il 3% dei ricavi. Con un debito bancario che dovrebbe scendere a 80-85 milioni.
Ma se anche la profittabilità operativa centrasse il traguardo del 2-3% del fatturato siamo lontani chilometri da obiettivi prefissati in passato del 9%, sempre disattesi. Con quella così bassa profittabilità difficile che il mercato torni ad appassionarsi al consunto Re delle scarpe che respirano. Qualcuno continua a considerarlo un titolo del lusso, quando in realtà ha parametri economici finanziari da semplice azienda manifatturiera. Geox non è mai stata, salvo i primi anni in borsa, un titolo luxury.
Non c’entra nulla quanto a profittabilità con Tod’s o Ferragamo (ironia della sorte quest’ultima in grave crisi da tempo). E forse ha sempre sofferto di un posizionamento strategico difficile. Non scarpe di gran lusso, ma neppure scarpe a prezzi da saldo. Le sue calzature hanno prezzi da mass market. Mercato da grandi volumi e bassi prezzi, aggredito negli ultimi anni da prodotti (leggi sneaker e gamme a basso costo) nella stessa area, ma con prezzi più bassi.
Geox di fatto non tornerà più a sfornare i numeri formidabili dei primi anni in borsa con quell’ebit margin sopra al 20% dei ricavi che lo facevano sedere tra i grandi della moda e del lusso. Il nuovo piano prevede, se tutto andrà bene, un livello tra il 6 e il 7%, forse raggiungibile nel 2029.
Razionalizzazioni, chiusure di negozi non redditizi, più efficienza e tagli dei costi (l’azienda ha già avviato un piano di esuberi da oltre 100 dipendenti nei giorni scorsi) sono le chiavi per provare a far ripartire la macchina imballata di Geox.
Di fronte alla cronistoria di un declino quasi inarrestabile c’è da chiedersi come vadano gli affari dei padroni del marchio. Ci si aspetterebbe una grave crisi anche per Lir, la cassaforte di famiglia che controlla il 71% di Geox. Invece, al contrario, mentre i piccoli soci soffrono, la famiglia Moretti Polegato siede tuttora su una montagna di liquidità. E non c’è nessun sintomo di crisi nella holding della famiglia di Treviso.
L’ultimo bilancio disponibile si ferma al 2024 e mostra una cassaforte ricca di cassa e titoli per la bellezza di oltre 420 milioni di euro. La liquidità ammonta a poco più di 200 milioni, mentre Lir vanta attività finanziarie per 226 milioni, di cui il grosso, oltre 140 milioni, in obbligazioni e oltre 60 milioni investiti in polizze.
Quella montagna di titoli e conti correnti assicurano ogni anno rendimenti tali da produrre proventi finanziari per 15 milioni nel 2024 e 11 milioni l’anno prima. Lir vive di rendita da anni sul tesoretto incassato dalla quotazione nel lontano 2004, quando la holding incassò quasi 300 milioni di euro dalla vendita delle azioni Geox in opvs.
La gestione oculata di quella ricchezza, investita in titoli e depositi, ha permesso di accumulare rendite finanziarie periodiche tali da portare il patrimonio netto della holding a oltre 600 milioni di euro. Neanche la lenta caduta di valore di Geox ha intaccato i conti di Lir, che nel corso degli anni ha diversificato le sue attività.
Non solo Geox, ma l’azienda di abbigliamento sportivo Diadora, di cui Lir possiede la totalità del capitale. E poi tanto immobiliare, con i Polegato molto attivi negli investimenti in alberghi e ristoranti a Jesolo, in particolare con l’Hotel Cristina e il ristorante Gusteo. Attraverso la Domicapital, Lir possiede società immobiliari sia in Romania che in Slovacchia.
E la passione del mattone rende, dato che la sola Domicapital è iscritta a bilancio Lir per 56 milioni di euro, il doppio rispetto ai 27 milioni della partecipata Diadora e i 30 milioni che vale oggi Geox nei conti della cassaforte. (riproduzione riservata)