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Borse asiatiche in verde, la Banca centrale cinese non tocca i tassi

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La Cina tiene i tassi fermi nonostante la debolezza dell’economia. Ma borse e petrolio corrono

22 dicembre 2025, 07:45 Ultimo aggiornamento: 08:41

La settimana di Natale apre bene in Asia, con i listini tonici, soprattutto il Nikkei che sfonda quota 50.000 | Il video

Il Nikkei 225 balza dell’1,8% a 50.389 punti lunedì 22 dicembre, superando con ampio margine la soglia dei 50.000 punti e seguendo la forte performance di Wall Street di venerdì. Il rally negli Stati Uniti è stato sostenuto dai risultati del settore tecnologico e dal ridimensionamento dei timori legati a un possibile surriscaldamento del comparto tech. Alle ore 7:40 italiane, l’Hang Seng è sopra la parità e Shanghai sale dello 0,7%, mentre i futures sul Nasdaq si muovono positivi per lo 0,43%.

I guadagni del Nikkei sono favoriti dall’indebolimento dello yen (-1,4% negli ultimi 5 giorni) dopo che la Bank of Japan ha alzato la scorsa settimana, come atteso, i tassi di 25 punti base allo 0,75%, il livello più alto dal 1995. Il calo dello yen sostiene gli utili delle aziende giapponesi che esportano. Nel frattempo, gli investitori continuano a monitorare le iniziative politiche della premier Sanae Takaichi per stimolare la crescita economica.

La Cina tiene i tassi fermi per il settimo mese consecutivo nonostante i dati deboli

La Banca centrale cinese ha lasciato invariati i tassi lunedì, nonostante il rallentamento dell’economia e la crisi del settore immobiliare. La People’s Bank of China ha mantenuto il Loan Prime Rate a un anno al 3% e quello a cinque anni al 3,5% per la settima riunione consecutiva, in linea con le attese di un sondaggio Reuters. Il tasso a un anno funge da riferimento per i nuovi prestiti, mentre quello a cinque anni è utilizzato come benchmark per i mutui.

La decisione arriva dopo una serie di dati macroeconomici deludenti diffusi a novembre. Le vendite al dettaglio sono cresciute solo dell’1,3% su base annua, ben al di sotto delle attese (+2,8%) e in rallentamento rispetto al +2,9% del mese precedente. Anche la produzione industriale ha deluso, con un aumento del 4,8% annuo, contro il +5% stimato, segnando il ritmo di crescita più debole da agosto 2024.

La Cina continua inoltre a soffrire per la lunga crisi del settore immobiliare. Gli investimenti in asset fissi, che includono il comparto real estate, sono scesi del 2,6% nel periodo gennaio-novembre rispetto all’anno precedente, un calo più marcato rispetto alle stime (-2,3%).

Anche i prezzi delle nuove abitazioni hanno continuato a diminuire a novembre, confermando la debolezza strutturale del settore. Nelle città di prima fascia come Pechino, Guangzhou e Shenzhen, i prezzi delle nuove case sono scesi dell’1,2%, mentre quelli delle abitazioni usate del 5,8% su base annua.

Commentando la pausa di sette mesi della politica monetaria cinese, Eswar Prasad, professore di economia alla Cornell University, ha dichiarato alla Cnbc che «un po’ di stimolo aiuterebbe», ma ha aggiunto che, in un contesto di debolezza del settore privato, «la politica monetaria probabilmente non avrà un impatto particolarmente efficace». Con il momentum della crescita in rallentamento, «sarà necessario aprire i rubinetti degli stimoli: un po’ di stimolo monetario e, idealmente, anche più stimolo fiscale, che però dovrebbe essere accompagnato da riforme più ampie», ha aggiunto Prasad.

All’inizio del mese, il ministero delle Finanze cinese ha annunciato l’intenzione di emettere obbligazioni speciali ultra-lunghe nel 2026 per finanziare grandi progetti infrastrutturali. Pechino ha inoltre promesso di sostenere misure speciali per rilanciare i consumi, mentre il Paese continua a fare i conti con pressioni deflazionistiche.

L’accordo momentaneo con Washington, che ha portato alla sospensione di dazi particolarmente penalizzanti sulle esportazioni cinesi, potrebbe aiutare Pechino a centrare l’obiettivo di crescita «intorno al 5%» nel 2025, grazie a un possibile aumento dell’export verso gli Stati Uniti.

Il petrolio sale per le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela

I futures sul petrolio Wti sono saliti dell’1,15% oltre i 57,17 dollari al barile lunedì, sostenuti dall’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, che alimentano i timori di possibili interruzioni dell’offerta. Gli Stati Uniti starebbero inseguendo un’altra nave nelle acque venezuelane, intensificando il blocco imposto dal presidente Usa, Donald Trump. Washington ha già sequestrato due petroliere questo mese, una delle quali sabato scorso.

L’attenzione resta alta anche sull’Europa orientale, dove l’Ucraina ha colpito per la prima volta una petroliera russa nel Mar Mediterraneo, dopo precedenti attacchi a strutture di Lukoil nel Mar Caspio. Gli attacchi avvengono mentre sono in corso tentativi diplomatici per porre fine alla guerra tra i due Paesi. Domenica, funzionari statunitensi e ucraini hanno definito i colloqui di Miami «produttivi e costruttivi», anche se non è emersa alcuna svolta concreta. Nonostante il sostegno dei fattori geopolitici, il petrolio si avvia verso un anno in calo, frenato dalle aspettative di un mercato in eccesso di offerta. (riproduzione riservata)



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