I membri tedeschi del consiglio direttivo Bce insistono perché le banca centrale abbia un atteggiamento duro sui tassi, focalizzandosi sull’inflazione e mettendo in secondo piano gli effetti sulla crescita. Ma non si tratta di una posizione condivisa nel board. Ieri Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo, ha rilevato in Lussemburgo che per la Bce «è meglio sbagliare nel tentativo di fare troppo che in quello di fare troppo poco». Schnabel teme più di ogni altra cosa i rischi di disancoraggio delle aspettative di inflazione, anche se al momento non sono presenti nel mercato.
Economisti, consumatori e la stessa Bce ritengono che le attese siano ancorate al 2% e non vedono una spirale senza controllo dei prezzi. Secondo Schnabel però tutto è secondario rispetto all’obiettivo di riportare l’inflazione più velocemente possibile al 2%, anche se questo dovesse portare a un aggravamento della recessione e al congelamento totale del credito. Sul fronte economico intanto i segnali di peggioramento diventano ogni mese più evidenti.
La cura implicita auspicata dai banchieri centrali tedeschi è il rialzo prolungato dei tassi, quindi anche a settembre, dopo l’aumento di 25 punti base a luglio già preannunciato dalla presidente Bce Christine Lagarde. La posizione rigorista è stata espressa nei giorni scorsi anche dall’altro membro tedesco del consiglio, il presidente della Bundesbank Joachim Nagel, secondo cui gli aumenti dei tassi potrebbero proseguire anche dopo l’estate.
Nulla è stato comunicato dal consiglio Bce, neppure da Lagarde, riguardo a un rialzo a settembre, ma dalla Germania si guarda già all’autunno. Alcuni economisti hanno evidenziato che il maggiore orientamento falco della Bce dopo l’ultima riunione è stato guidato dalle previsioni di alcune banche centrali, e tra queste in primis della Bundesbank, che ha indicato un’inflazione in Germania ancora al 2,7% nel 2025 (al 2,8% quella core al netto di cibo ed energia).
Molti membri del board, tuttavia, sono più cauti sui tassi, nella convinzione che molto è già stato fatto e che il pieno effetto della restrizione varata nell’ultimo anno da Francoforte si manifesterà nei prossimi mesi. Ieri a Madrid il capoeconomista Bce Philip Lane ha evidenziato che la Bce è «dipendente dai dati» e che «settembre è lontano». Alcuni dati importanti riguarderanno l’andamento dell’inflazione (già in fase di netto calo al 6,1%, dal 10,6% di ottobre) e i dati sul credito (come quelli che emergeranno dal prossimo Bank Lending Survey).
In precedenza anche il governatore francese François Villeroy de Galhau era stato prudente sulle prossime mosse della Bce. Il membro del comitato esecutivo Fabio Panetta ha più volte invitato a valutare l’impatto della politica monetaria sull’economia. Nelle Considerazioni Finali il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha sottolineato che «è necessario ricercare un equilibrio tra il rischio di una restrizione insufficiente, che potrebbe portare a un radicamento della dinamica inflazionistica nelle aspettative e nei processi di determinazione dei redditi nominali, e quello di un inasprimento sproporzionato, che potrebberipercuotersi troppo intensamente sull’attività economica, e avere riflessi negativi sulla stabilità finanziaria e sulla stabilità dei prezzi nel medio termine». Al contrario di Schnabel, secondo Visco la Bce non deve rischiare di fare troppo o troppo poco, cercando piuttosto un equilibrio tra le due cose. Il mercato intanto stima al 60% la probabilità di un aumento dei tassi anche a settembre. (riproduzione riservata)