Il consiglio direttivo Bce dell’11 aprile ha deciso in modo quasi definitivo che i tassi saranno tagliati a giugno. Per la prima volta Francoforte ha indicato esplicitamente che sarà «opportuno ridurre il livello di restrizione monetaria» se le nuove valutazioni «aumenteranno ulteriormente la fiducia» sul ritorno dell’inflazione al 2%. Detto in termini più semplici: se non ci saranno sorprese significative nello scenario economico, il primo taglio sarà nel prossimo consiglio di giugno.
In questo caso accadrebbe qualcosa di insolito nella politica monetaria: il cammino della Bce sui tassi si separerebbe da quello della Fed, che secondo i mercati dovrebbe invece muoversi a luglio o settembre a causa dell’inflazione. Il peso dell’economia americana è tale da condizionare quanto avviene nel resto del mondo. Ma questo non è l’unico fattore da considerare, soprattutto in aree di dimensioni rilevanti come l’Eurozona.
In questa fase l’economia nelle due aree diverge in modo significativo. Gli Stati Uniti sono cresciuti del 2,5% nel 2023 e nell’ultimo trimestre dell’anno lo hanno fatto a un ritmo del 3,4% annualizzato. Nell’Eurozona il pil è invece aumentato di solo lo 0,5% l’anno scorso ed è rimasto sostanzialmente fermo negli ultimi cinque trimestri. Lo scenario nel Vecchio Continente resta debole, come ha indicato nell’ultimo Bank Lending Survey la contrazione significativa (e inattesa) della domanda di prestiti da parte delle imprese. Gli investimenti e la crescita dovrebbero restare fiacchi anche quest’anno.
Quanto all’inflazione, negli Usa a marzo è rimasta al 3,5%, mentre nell’Eurozona è arrivata al 2,4%, quindi a un passo dall’obiettivo. L’unico ambito di incertezza per la Bce riguarda l’aumento dei prezzi nei servizi (+4%). Ma per il resto tutto sembra andare nella direzione giusta: come ha detto la presidente Bce Christine Lagarde «non si può aspettare che tutto torni al 2%» prima di ridurre i tassi.
Nelle due aree, al di là dei numeri, è differente la natura dell’inflazione. Nell’Eurozona è stata causata soprattutto dai prezzi dell’energia, mentre negli Usa dalla domanda e dall’ingente sostegno pubblico. Il problema sarebbe semmai andare avanti con una stessa politica monetaria in un quadro economico così diverso.
Non sorprende così che la Bce sia pronta a tagliare. Alcuni membri del consiglio direttivo avrebbero preferito ridurre i tassi già l’11 aprile. La sforbiciata di giugno è già in agenda salvo catastrofi. La maggiore incertezza riguarda così la riunione di luglio. Sul punto il consiglio è diviso. I falchi preferirebbero tagliare i tassi soltanto nelle riunioni nelle quali le proiezioni sono aggiornate (giugno, settembre, dicembre). Altri banchieri centrali vorrebbero un ritmo più sostenuto.
Peraltro l’ultimo aumento Bce di 25 punti base a settembre era stato considerato «un’assicurazione» contro nuovi rialzi dell’inflazione. Il governatore francese François Villeroy de Galhau ha evidenziato che adesso serve piuttosto un’assicurazione contro la crescita troppo bassa. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il membro del comitato esecutivo Bce Piero Cipollone hanno da tempo sottolineato i rischi di una stretta eccessiva per il pil dell’area euro. Mercati ed economisti puntano su tre o quattro tagli totali quest’anno, che porterebbero i tassi sui depositi dall’attuale 4% al 3 o 3,25%. L’atterraggio finale l’anno prossimo dovrebbe essere tra il 2 e il 2,5%.
Quanto alla Fed, secondo i mercati le probabilità di un taglio a giugno sono scese al 30%. Gli operatori si aspettano al 70% una mossa entro luglio e al 100% entro settembre, con un totale di due riduzioni quest’anno. Il cammino della banca centrale Usa è comunque incerto. L’ultimo dato di inflazione ha spaventato molto gli investitori ma è stato più alto di solo lo 0,1% rispetto alle attese (3,5% invece di 3,4%). Perciò diversi economisti prevedono ancora tre tagli nel 2024. Un fattore da considerare per la Fed riguarda le elezioni Usa di novembre. La banca centrale americana potrebbe evitare di intervenire sui tassi nelle riunioni più vicine al voto.
Le preoccupazioni di chi teme una divergenza tra Bce e Fed sono legate al deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro che può aumentare l’inflazione. Alcuni osservatori hanno rilevato che è possibile la parità nel tasso di cambio (venerdì 12 aprile era a 1,064, ai minimi da cinque mesi). Ma Berenberg ha notato che l’Eurozona «è una grande economia nella quale il cambio incide poco». Inoltre l’eventuale divario dei tassi tra Bce e Fed agirebbe secondo «diversi canali», come ha detto Lagarde. Non c’è solo il tasso di cambio. In particolare il possibile aumento dei tassi di mercato importato dagli Usa avrebbe un effetto restrittivo. Quindi l’impatto netto è tutto da verificare. «L’Eurozona ha bisogno di tagli dei tassi, gli Stati Uniti no, dato che l’espansione fiscale pre-elettorale neutralizza l’impatto dei tassi elevati della Fed», ha aggiunto Berenberg.
Non è detto perciò che la divergenza tra Bce e Fed si riveli così problematica per l’Eurozona. L’impatto potrebbe (forse) aumentare nel tempo. Di certo Francoforte dovrà valutare con attenzione le conseguenze, già nelle prossime proiezioni macro. Ma non ci sono ragioni per cui la Bce debba rinviare ulteriormente i primi tagli. I rischi maggiori per l’Eurozona sembrano arrivare piuttosto dal possibile calo dell’inflazione sotto l’obiettivo del 2% e dalla debolezza dell’economia. (riproduzione riservata)