La combinazione di dollaro debole, rischio di inflazione a causa dei dazi di Donald Trump, turbolenze geopolitiche (nel calderone sono entrati anche i nuovi scontri tra India e Pakistan) potrebbero spingere l’oro a superare i 4.000 dollari nel primo trimestre del prossimo anno. Una previsione formulata da Nitesh Shah, head of commodieties and macro research della società di gestione Wisdomtree, che ipotizza per il lingotto una corsa fino ai 4.210 dollari, 600 in più rispetto ai 3.610 stimati dal consenso (si tratterebbe comunque di un massimo storico).
Da inizio anno il metallo prezioso si è apprezzato di quasi il 29%, toccando intorno al 20 aprile il record in chiusura, a quota 3.425 dollari. Ma per Shah ci sono tutte le carte in regola perché si verifichi sul mercato uno scenario rialzista: «Al momento gli indicatori suggeriscono rischi crescenti di recessione e inflazione, ovvero un contesto di stagflazione che potrebbe generare un aumento significativo dei prezzi dell’oro».
Più nello specifico, l’economista prevede che la crescita dei prezzi al consumo negli Usa possa salire fino al 5%, con compressione dei rendimenti nominali del Treasury a 10 anni e un dollar index (valuta americana in rapporto alle altre principali divise mondiali) in flessione da 100 a 97 punti. Il consenso Bloomberg, aggiornato a marzo (quindi prima del Liberation Day di Trump) vedeva un’inflazione al 2,8% con dollar index a 102,8 punti.
Anche in uno scenario ribassista, prosegue Shah, l’oro dovrebbe muoversi intorno ai 2.700 dollari, «un livello comunque superiore a quello visto a inizio 2025 (circa 2.600, ndr)». Questo quadro, osserva l’esperto, prevede un’inflazione al 2% e un dollar index a 113, con rendimenti dei bond in forte crescita.
C’è infine un’ipotesi più estrema, quella che l’economista chiama «Mar-a-Lago, basato su un’ipotetica politica di svalutazione del dollaro» che intorno a metà marzo vari analisti avevano citato come il sogno proibito di Donald Trump per rilanciare l’economia e la manifattura statunitensi. «In seguito all’accordo del Plaza, tra il 1985 e il 1987 il dollaro si è svalutato del 48%», sottolinea Shah, che nel suo scenario Mar-a-Lago ipotizza invece un deprezzamento del 20%. Il dollar index arriverebbe così a 80 punti, mentre l’inflazione potrebbe muoversi fino al 6%. In questo modo l’oro potrebbe arrivare perfino a superare quota 5.000 dollari anche se, precisa l’analista, «si tratta di uno scenario decisamente fuori campione».
Se l’andamento di medio-lungo periodo può riservare sorprese rialziste importanti, nel breve il lingotto potrebbe prendersi una pausa. Un’analisi di Lombard Odier firmata dal global Fx strategist Kiran Kowshik e dall’head of investment strategy Luca Bindelli stima che «dopo il forte rialzo l’oro si consoliderà in un intervallo compreso tra 3.000 e 3.300 dollari nel breve termine». Dal punto di vista strategico, gli esperti continuano a detenere il metallo, che «presenta una bassa correlazione con le azioni statunitensi e tende ad avere buone performance nei periodi di ribasso delle azioni Usa». Detto ciò, concludono, «l’oro rimane un rifugio piuttosto volatile, e per questo è necessaria un’attenta analisi del sentiment e dei flussi». (riproduzione riservata)