Un cambiamento importante nel modello di intermediazione creditizia, ma non una minaccia per il sistema bancario. Questa è la previsione di S&P Global Ratings sul fenomeno dell’euro digitale, attorno al quale in queste settimane il dibattito si sta intensificando in Italia e in Europa.
Il nuovo strumento allo studio di Bruxelles e della Bce sta iniziando a preoccupare i banchieri che intravedono un doppio rischio: da un lato una riduzione delle commissioni per i fornitori di servizi di pagamento e, soprattutto, dall’altro lato una contrazione dei depositi a vista, oggi fonte di raccolta significativa e relativamente poco costosa per molti intermediari.
Su entrambi gli aspetti un recente report di S&P sgombra il campo da quelli che ritiene allarmismi ingiustificati. In primo luogo l’agenzia di rating Usa prevede che per l’euro digitale «l’adozione sia bassa, soprattutto se le aspettative del mercato relative a un limite al possesso di 3.000 euro per persona si rivelassero corrette».
Fisiologicamente un effetto di sostituzione sui depositi bancari ci sarà ma, secondo S&P, le dimensioni del fenomeno e gli impatti sulla liquidità, sulla redditività e sulla resilienza complessiva del settore saranno contenuti. «La nostra conclusione è che una percentuale compresa tra il 2,5% e il 10% dei 350 milioni di cittadini dell’Eurozona potrebbe convertire parte dei propri depositi a vista in un euro digitali, sulla base di un limite di possesso di 3.000 euro a persona.
Ciò si traduce in un importo complessivo compreso tra 25 e 105 miliardi di euro, ovvero tra lo 0,5% e il 2% del totale dei depositi bancari a vista dell’Eurozona, sulla base dei dati di ottobre 2023», spiega il report. In aggiunta S&P ricorda che i regolatori potrebbero optare per un modello cosiddetto intermediato, nel quale cioè banche e altri soggetti vigilati non sarebbero semplici piattaforme di accesso alla nuova valuta, ma svolgerebbero ruoli più importanti, compreso quello di agenti di regolamento, e potrebbero incassare commissioni per questi servizi.
Il punto sostanziale però è che, secondo l’agenzia di rating, «l’euro digitale offre pochi vantaggi rispetto ai depositi tradizionali», ragione per cui si prevede «una diffusione inizialmente debole. Ciò rispecchierebbe l’esperienza dei paesi che hanno già lanciato valute digitali delle banche centrali». A questa previsione contribuiscono diversi elementi: andamento demografico, preferenze nazionali, fiducia dei depositanti nelle banche locali e scarso rendimento della valuta come investimento, visto che non produrrà interessi. I banchieri europei insomma possono dormire sonni tranquilli, almeno per ora. (riproduzione riservata)