Antitrust is back! Ora non si può davvero più dubitare che la scuola di pensiero americana etichettata neo-brandeisiana (dal nome del giudice Brandeis che negli anni Venti impresse un grande impulso all’antitrust) sia arrivata ai piani alti della politica. Sì perché la conferenza stampa che ha inaugurato il caso di cui ci occupiamo oggi, è stata aperta con grande solennità dal procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland in persona. A testimoniare del fatto che l’amministrazione Biden getta tutto il suo peso per sostenere e legittimare un’iniziativa destinata a fare scalpore e ad ispirare fiumi di inchiostro. Nientemeno che un attacco frontale senza alcun riguardo al monopolio di Google sul mercato dell’intermediazione pubblicitaria online.
A condurre le danze sarà Jonathan Kanter, viceprocuratore generale deputato all’antitrust, che Google ha tentato con le unghie e con i denti di recusare dal caso considerandolo un arcinemico. Non è andata bene però per il gigante di Mountain View: il primo round lo ha perso in quanto il Dipartimento della giustizia ha respinto la recusazione. E questa non è una buona notizia per Google poiché Kanter è sicuramente vicino alla sensibilità della sua collega Lina Khan, capo della Federal Trade Commission, a sua volta bête noir di Facebook.
Ma di cosa parliamo? Ovvio: del ricorso presentato alla Corte federale della Virginia dal Dipartimento della giustizia che, brandendo lo Sherman Act del 1890, accusa Google di avere monopolizzato e di continuare a dominare le transazioni tra editori (leggi titolari dei siti web) e inserzionisti pubblicitari. Evochiamo il mondo ignoto agli utenti del web delle aste che si consumano in ogni attimo sotto i loro occhi senza che se ne rendano conto. Orbene nelle centoquaranta pagine in cui si sostanzia il ricorso scorre davanti al lettore l’intera storia, estremamente analitica, della crescita di Google a Behemot della intermediazione pubblicitaria. Ma non è ahimè solo ricostruzione diacronica.
E’ anche cronaca perfettamente attuale in quanto a tutt’oggi la piattaforma tecnologica e operativa di Google non appare nemmeno scalfita dalla concorrenza. Perché? Semplice risponde il governo americano: poiché non vi sono concorrenti! E certo a guardare l’economia di scala e di rete di cui beneficia, non è che vi sia da sorprendersene. Ma la pesante censura che Kanter rivolge a Mountain View è quella di avere, occorre ammettere con molta abilità e prontezza, stroncato ogni tentativo da parte degli editori da una parte e degli inserzionisti pubblicitari dall’altra di affrancarsi dal pedaggio (pare di 30 centesimi a transazione) preteso da Google. Sarà perché, come dice un dirigente di Facebook in un commento carpito dall’istruttoria degli avvocati del governo federale ( e degli otto Stati che l’hanno supportata), Google controlla “l’ultimo miglio” di questo mercato e, come è avvenuto con le telecomunicazioni, non ha alcuna intenzione di aprirlo ai terzi. E infatti la stessa Facebook ha preferito venire a miti consigli con la rivale, trovando un accordo, piuttosto che sfidarla apertamente, come ha provato invece a fare, finora con limitato successo, Amazon.
Il commento, piuttosto acido e scontato, di Google è stato quello di liquidare l’iniziativa di Kanter come un maldestro tentativo di “scegliere il vincitore” sul mercato. Resta il fatto però che mai era accaduto, da venticinque anni a questa parte, che la Silicon Valley ricevesse un colpo così duro dall’amministrazione di Washington la quale, al contrario, già dai tempi di Clinton aveva vezzeggiato e protetto i tanto geniali quanto spregiudicati inventori della nuova economia digitale. Non tutti ovviamente sono ottimisti sullo svolgimento che attende il caso. E ne hanno ben donde. Da quando Donald Trump ha riempito centinaia di caselle giudiziarie con magistrati conservatori, non è affatto scontato che un’offensiva, mirata nientedimeno che a scorporare alcuni rami di azienda di Google, riceva buona accoglienza in aule giudiziarie dove si respira ancora simpatia per la scuola di Chicago e dove il monito: “don’t pick the winner” potrebbe trovare orecchie attente. Staremo a vedere.
Intanto però pare difficile negare il plauso a una scelta politica, perché di questo si tratta, che ha rotto clamorosamente con l’imbarazzante apatia delle precedenti gestioni antitrust. E poi va aggiunto: è vero che il procedimento giudiziario è lungo. E purtuttavia ciò non giustifica la sua denigrazione giacché nei precedenti AT&T e Microsoft esso ha prodotto degli effetti diretti o collaterali di cui tutti noi oggi beneficiamo, ma da cui ha tratto vantaggio la stessa Silicon Valley, a cui non sarebbe bastata la genialità nel garage per decollare con tanto fragore .Ci sia concessa infine una punta di vanità. Nemo profeta in patria si dice colloquialmente. Eppure qui di profeti ve ne sono stati tanto negli Usa, dove il movimento che si ispira a Brandeis ha combattuto con l’ostinato fin de non recevoir dell’accademia, ma anche in Europa dove non sono mancati coloro che avevano previsto l’avvento di una nuova stagione di enforcement – primo fra tutti questo giornale.
Dopo tutto chi avesse avuto la pazienza di leggere l’intervista alla commissaria europea alla concorrenza Marghrete Vestager, pubblicata su Milano Finanza del 27 gennaio, si sarebbe reso conto di due cose: la prima è che in Europa siamo fortunatamente un passo avanti agli Usa; la seconda è che esiste ancora una stampa libera pronta a sfidare i monopoli, i vecchi e i nuovi. E allora tirando le somme: dal momento che il processo sarà ricco di colpi di scena – non si può dubitarne – non resta che prendere un biglietto e godersi lo spettacolo. (riproduzione riservata)