Per trovare una manifestazione di solidarietà e di stima come quella ricevuta da Jerome Powell per gli attacchi e gli insulti subiti dal presidente Usa Donald Trump bisogna tornare alla «testimonianza» tributata al governatore Paolo Baffi da duecento tra governatori, ministri del Tesoro e altri rappresentanti di governi, economisti di fama internazionale per la vicenda in cui Baffi, insieme con Mario Sarcinelli, fu coinvolto.
Naturalmente, tra quest’ultimo caso, che fu una oscura manovra eversiva destabilizzante, frutto di intrecci tra poteri occulti, alcuni partiti, potentati economici e magistratura, e la vicenda Powell vi è una enorme distanza. Ma questa, sia pure di diversa gravità, resta pur sempre straordinaria anche perché si verifica in quella che fino a poco tempo fa era ritenuta la maggiore democrazia al mondo.
Da quando Powell ha deciso diversamente da come il tycoon avrebbe voluto insistendo per una politica monetaria di bassi tassi di interesse a prescindere dai dati, dall’inflazione e dall’interesse pubblico, sono iniziati attacchi, offese, cachinni all’indirizzo di quest’ultimo con l’obiettivo di farlo dimettere dalla carica che scade nel prossimo mese di maggio.
Poi, visto che gli attacchi verbali non conseguivano il risultato sperato, è stata ispirata una iniziativa del Dipartimento di Giustizia per un’asserita menzogna al Congresso, da parte del presidente della Fed, sul costo della ristrutturazione della sede di questa che sarebbe superiore a quello rappresentato ai parlamentari.
Powell, che è un avvocato e sa bene quel che fa, ha risposto seccamente assicurando della correttezza dell’operato e mettendo in evidenza i motivi veri dell’iniziativa, cioè il desiderio, da parte di Trump, di una politica monetaria lassista.
Da cui discende l’intento di sostituire Powell con un proprio «messo». Gli attacchi proseguono con una continuità degna di miglior causa ed è chiaro a tutti che in gioco è l'indipendenza della banca centrale.
Perciò undici banchieri centrali, i maggiori a cominciare da Christine Lagarde, hanno espresso vicinanza al presidente della Fed e hanno duramente contestato la manovra di Trump. A questi si sono aggiunti ex esponenti dei governi, a cominciare da Janet Yellen, già segretaria al Tesoro Usa, ed ex banchieri centrali di prim’ordine come Alan Greenspan e Jean Claude Trichet.
Quest’ultimo vede la possibilità di due sviluppi alternativi della vicenda: la nomina al vertice della Fed di un emissario di stretta osservanza di Trump o un lento processo di comprensione, da parte degli americani, di quel che sta accadendo con una conseguente efficace reazione.
Eppure la Fed, come le banche centrali, è una componente fondamentale della democrazia e della bilancia dei poteri. Affidare, di diritto o di fatto, a un unico soggetto, il governo, direttamente o indirettamente, la competenza su spesa, entrata ed emissione di moneta significherebbe compiere un’operazione propria di un’autocrazia, inconsapevole dei danni che questa commistione di poteri, innanzitutto attraverso la spinta all’inflazione, causerebbe.
D’altro canto, le mire riguardanti la prima banca centrale al mondo possono suscitare effetti di imitazione altrove, mentre comunque si riverserebbero, non a livello internazionale, gli effetti di politiche monetarie distorte per l’ampia ingerenza del governo.
È da sperare che la Corte Suprema annulli definitivamente il procedimento di destituzione di Lisa Cook avviato da Trump: già questo sarebbe un forte smacco per il tycoon. E si dovrebbe confidare che con le elezioni di mid-term su molti aspetti della politica interna e internazionale Trump sia costretto a una seria revisione. (riproduzione riservata)