Corre l’anno 2019 e c’è ancora il primo governo gialloverde di Giuseppe Conte quando il Wall Street Journal svela l’arcano, se qualcuno ancora non avesse capito che cosa c’è dietro: «I populisti vogliono prendere il controllo della Banca d’Italia e del suo oro». All’epoca c’è in ballo un disegno di legge di iniziativa parlamentare che prescrive il trasferimento delle quote di Bankitalia dalle banche azioniste al Tesoro. Prima firmataria, Giorgia Meloni.
È la riedizione di una identica proposta già presentata da Fratelli d’Italia tre anni prima. Solo che stavolta, anziché arenarsi nelle secche del parlamento, sta andando avanti. Con un dettaglio non trascurabile: relatrice Francesca Anna Ruggiero del Movimento 5 stelle, cioè una deputata della maggioranza. Circostanza che alimenta il sospetto di una manovra a tenaglia di tutte le forze populiste, proprio come dice il giornale americano. Tanto più che in parlamento è piovuto un altro disegno di legge di tenore analogo, ma non dall’opposizione: l’ha firmato il leghista Claudio Borghi, uno dei più fieri oppositori all’euro nella schiera salviniana. La sua proposta dice che l’oro di Banktalia è dello Stato, come l’emendamento Malan di sei anni dopo.
La strada sembra spianata, ma a un certo punto sono proprio i grillini a tirare il freno. Meloni è furente: «Sulla nazionalizzazione della Banca d’Italia non cederemo!» È l’epoca delle vane promesse, tipo l’abolizione delle accise sui carburanti. Ma almeno in questo caso la futura leader è di parola. Appena il suo partito, FdI, varca l’ingresso della stanza dei bottoni, l’offensiva riparte. Sempre con il solito refrain: trasferire il capitale dalle banche private che ne sono azioniste, al ministero dell’Economia. È chiaro fin da subito, però, che è una guerra di logoramento.
L’albero necessita allora di uno scossone, di cui si incarica il capogruppo al Senato Lucio Malan, ex pasdaran berlusconiano transitato nelle schiere meloniane, approfittando della manovra. Con un emendamento di due righe: «Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano». Claudio Borghi, che è stato apripista, applaude. Ma dov’è la novità?
Bankitalia è pubblica, indipendentemente dai suoi azionisti privati. Lo è in quanto banca centrale della Repubblica, infatti i suoi vertici sono nominati dal governo. Quindi è degli italiani, oro compreso. Esattamente come la Fed è degli americani. Cosa cambia, allora? Semplice: dire per legge che l’oro è del popolo vuol dire che ne dispone il popolo. Ossia, chi è stato eletto dal popolo. Elementare, Watson.
Sono anni che va avanti l’assedio della destra. È cominciato con il Msi di Giorgio Almirante. Da tempo, però, la schiera degli assalitori si è arricchita. Sei mesi dopo le vittoriose elezioni del 2018 sul Blog di Beppe Grillo compare un articolo nel quale si chiede perché nemmeno un grammo delle 2.452 tonnellate d’oro di Banca d’Italia sia stato messo in vendita contrariamente a quanto fatto da altri Paesi: qualcuno ha ceduto addirittura il 60% delle proprie riserve.
L’idea di utilizzare l’oro di Bankitalia per alleviare il peso del debito pubblico non è affatto nuova. Quella scuola di pensiero ha illustri esponenti, come l’animatore dell’Adusbef Elio Lannutti, già parlamentare dipietrista e poi senatore del Movimento 5 stelle. Lui lo diceva già dal lontano 2004, che bisognava pescare nei forzieri di via Nazionale. Certo, tutte le volte che la cosa faceva capolino affiorava anche il precedente del 1944, quando dal caveau della Banca d’Italia i nazisti in fuga da Roma portarono via 117 tonnellate d’oro. E di una bella fetta di questo tesoro, per l’esattezza 25 tonnellate, si persero completamente le tracce.
Ma a parte Lannutti c’era qualcuno anche a sinistra suggestionato dall’idea di sfruttare le riserve auree della banca centrale. Nel 1997, al tempo del primo governo Prodi, l’imperativo è l’ingresso nella moneta unica. Perciò bisogna necessariamente ridurre deficit e debito pubblico. Così si fa strada l’ipotesi di rivalutare l’oro della Banca d’Italia e tassarlo per raggranellare un po’ di soldi. Il piano però non ha seguito.
Dieci anni più tardi la sinistra torna alla carica. Nel 2007 al governo c’è di nuovo Prodi e la maggioranza presenta una risoluzione mirata a ridurre il debito con l’oro della Banca d’Italia. La destra insorge compatta, a cominciare dalla Lega: «Giù le mani dalle riserve auree!», intimano. Proprio la Lega, che odia l’euro e non ha nemmeno tanto affetto per Bankitalia.
Poi però quando tocca a loro andare al governo, subito dopo il Prodi bis, le cose cambiano di botto. Il nuovo governo di Silvio Berlusconi rispolvera l’idea. C’è da capirli. È appena scoppiato il caso Lehman, la finanza mondiale è nel panico e i conti pubblici cominciano a traballare grazie anche alla speculazione. Ma è la Bce che si mette di traverso, e anche quella prospettiva svanisce.
La Banca d’Italia e i suoi asset comunque non cessano di ingolosire. Nel 2011 anche le banche, rivela il Financial Times, scendono in campo. Vorrebbero mettere sul mercato le loro quote di Bankitalia per rimpinguare i bilanci che soffrono. Il messaggio è diretto al governo, l’unico soggetto che potrebbe comprare le azioni della banca centrale. Ma l’esecutivo, l’ultimo di Berlusconi, è agli sgoccioli. E le banche, dopo il disastro americano, non sono tanto popolari.
Il populismo in salsa moderna, sdoganato dal Cavaliere, non si fermerà più nemmeno in Italia. Con le banche, ma anche la Banca d’Italia e il suo oro che di volta in volta per la propaganda diventeranno il simbolo delle lobby che affamano il Popolo. «L’oro è del popolo, non dei banchieri», grida Giorgia Meloni. Anche se quella dell’oro di Bankitalia non è, come vorrebbe far credere certa propaganda, una questione di principio. La faccenda è assai più prosaica, riguarda svariate centinaia di miliardi. Pensate che cosa si potrebbe farne, prima delle elezioni del 2027… (riproduzione riservata)