Brusco cambio di rotta per l’euro, che è scivolato nei giorni scorsi fino a un minimo da metà giugno di 1,14 contro il dollaro, per poi rafforzarsi leggermente venerdì 1° agosto a 1,15, dopo i dati sul lavoro negli Usa inferiori alle attese. Se da inizio anno il biglietto verde era arrivato a perdere 12-13 punti percentuali contro euro e franco svizzero, con un dollar index in flessione di circa 10 punti percentuali, certificando importanti vendite contro la divisa americana anche da parte degli investitori istituzionali, in seguito alla conclusione dell’accordo sui dazi fra Stati Uniti ed Unione Europa, il vento è cambiato, con la chiusura di parte delle posizioni short (cioè ribassiste).
Le principali motivazioni che hanno spinto l’euro a invertire la rotta sono legate alla delusione derivante dall’accordo Ue-Usa, che è andato a discapito del Vecchio continente. «L’intesa sui dazi ha favorito il sentiment verso gli Stati Uniti, migliorando le prospettive di export per le aziende americane. L’Europa, invece, continua a mostrare segnali di stagnazione economica, in particolare in Germania» dice Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades.
Cosa aspettarsi? Il calo dell’euro è un movimento temporaneo o duraturo? Secondo Carlo de Luca, responsabile asset management di Gamma Capital Markets, la valuta unica è destinata a indebolirsi nuovamente nel breve termine soprattutto per le conseguenze relative ai dazi che potrebbero influenzare negativamente il sentiment in Europa, che in questo momento è considerata l’anello debole, visto che esce male dagli accordi stipulati. Tuttavia, nei prossimi tre mesi si aspetta un recupero dell’euro verso 1,20. «Credo che la debolezza dell’euro sia un movimento temporaneo anche perché l’amministrazione Trump ha dichiarato che vuole un dollaro debole sia per pagare meno interessi sull’enorme debito americano sia per favorire l’export. In Europa, al contrario, pagheremmo doppio dazio. È il motivo per cui puntiamo più sugli Usa che sull’Europa». In sintesi, a parere del manager di Gamma Capital, il cambio potrebbe rimanere in area 1,14 fino a settembre, per poi risalire a 1,18 -1,20 per fine anno.
Per Jacopo Gerosa, head of investment advisory di Vontobel Wealth Management sim, il focus resta sullo scenario macro. «Il primo agosto abbiamo avuto una lettura molto negativa dei dati sul mercato del lavoro, non solo per luglio ma con revisioni pesanti anche per i due mesi precedenti. I tagli della Fed insomma arriveranno, anche perché questo prima o poi porterà ad un rallentamento dei consumi». Anche Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia, ritiene che i movimenti verso il basso dell’euro/dollaro possano essere di medio o breve durata (qualche settimana o al massimo qualche mese) perché l’amministrazione Trump per recuperare totalmente la fiducia degli investitori dovrà essere molto efficiente nel gestire i possibili effetti dei dazi sulla crescita economica e le potenziali tensioni politiche interne al partito Repubblicano che possano ripercuotersi sull’andamento dei rendimenti dei Treasury. Senza dimenticare i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, sempre molto delicati. Trump non solo mette pressioni sul banchiere centrale, ma cerca di trovare una giusta causa per una sostituzione anticipata del presidente del Fomc prima della scadenza nel 2026. «Queste tensioni e problematiche potrebbero riflettersi sull’andamento del dollaro e favorire una risalita del cambio verso 1,18/1,20 entro fine anno» dice il gestore.
In questo scenario, la Bce continua a svolgere un ruolo chiave. Francoforte sta di fatto cercando di tenere i tassi bassi, per non frenare l’economia del Vecchio continente. Al tempo stesso, però, anche alla luce dei dazi, i tassi non devono essere troppo bassi da favorire un rialzo dell’inflazione.
Al momento, per Stefano Gianti, analista di Swissquote, è «francamente difficile prevedere dove possa trovarsi l’euro nei prossimi mesi, ma credo che i valori attuali contro il dollaro siano più realistici dell’area 1,18-1,20, anche considerando i tassi americani più elevati. Insomma, credo che il range 1,14-1,15 per l’euro/dollaro possa essere al momento un fair value, con la possibilità che il biglietto verde guadagni ancora qualche decina di pips (percentage in point, cioè la variazione del quarto decimale del tasso di cambio, ndr)». Guardando alle prospettive fra sei mesi, per Berlinzani potrebbe anche esserci un ritorno verso 1,16-1,17, se Bce riuscirà a evitare una recessione e se il dollaro si indebolirà per i tagli della Fed, oppure per l’instabilità politica Usa. Un euro più debole aiuta le esportazioni e compensa i dazi, soprattutto per l’indice Dax tedesco e per i titoli a forte esposizione globale. L’economia europea dovrà essere però supportata anche da una ripresa della domanda interna, altrimenti l’effetto positivo sui mercati sarà limitato nel tempo. (riproduzione riservata)