Ormai se ne parla così tanto che sembrano già stati firmati. Anche Martin Wolf ne scrive sul Financial Times. Si tratta dell’accordo di Mar-a-Lago, che avrebbe l’obiettivo di rilanciare l’industria manifatturiera degli Stati Uniti e ridurre il deficit commerciale mantenendo il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale.
Questo è l’intento dell’amministrazione Trump. Come raggiungerlo lo ha spiegato Stephen Miran, presidente del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca, nel suo saggio A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (novembre 2024), in cui propone una ristrutturazione del sistema commerciale globale ispirata al «dilemma di Triffin» degli anni ‘60: la domanda di dollari come riserva richiede deficit cronici della bilancia dei pagamenti Usa, sopravvalutando il dollaro e indebolendo la manifattura.
Per risolvere questo dilemma, Miran suggerisce che si potrebbe negoziare un accordo globale, definito «Mar-a-Lago Accord», dal nome della residenza di Trump in Florida e che si ispira a precedenti accordi monetari internazionali come il Plaza Accord del 1985. L’idea di base è quella di riformare il sistema commerciale e finanziario globale per affrontare quello che Miran considera un dollaro statunitense «persistentemente sopravvalutato».
In sintesi, il piano di Miran prevede di indebolire il dollaro, collaborando con i partner commerciali degli Stati Uniti per deprezzarlo, magari intervenendo sui mercati valutari. Occorre poi ristrutturare il debito, convincendo (o costringendo) i Paesi che detengono titoli del Tesoro Usa a scambiarli con obbligazioni a lunghissimo termine (per esempio, bond a 100 anni senza interessi), riducendo così i costi di finanziamento degli Stati Uniti. Politicamente, l’accettazione di tale accordo sarebbe il prezzo per essere considerati «amici», altrimenti si rischierebbe l’ostilità di Washington. Secondo Miran, bisognerebbe usare strumenti come tariffe doganali più alte o la minaccia di ritirare garanzie di sicurezza (come la protezione militare) per spingere gli alleati a collaborare.
Per ora si tratta solo di un gran parlare fra esperti di economia, ma l’apparentemente erratica politica dei dazi di Trump avrebbe senso se si andasse davvero verso gli accordi di Mar-a-Lago. (riproduzione riservata)