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Jamie Dimon, ceo JP Morgan
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Jamie Dimon lancia l’allarme sui bond: i rendimenti possono salire molto più del previsto. I 3 rischi per i mercati

21 maggio 2026, 11:40 Ultimo aggiornamento: 11:47

In atto un brutale selloff sulle obbligazioni: il Treasury a 30 anni ha toccato da poco il 5,18%, il massimo degli ultimi 19 anni. Il ceo di JP Morgan: è solo l’inizio

Jamie Dimon, ceo del colosso bancario Usa, JP Morgan, ha avvertito che i tassi d’interesse potrebbero salire molto più rispetto agli attuali livelli, lanciando un segnale di allarme agli investitori di bond in un momento in cui i rendimenti dei titoli di debito hanno raggiunto i massimi degli ultimi anni.

Tre motivi per cui continuano a salire i rendimenti dei bond mondiali

«I tassi potrebbero essere molto più alti di oggi», ha commentato Dimon durante un’intervista a Bloomberg Television. «Potremmo essere passati da un eccesso di risparmio globale a una situazione di risparmi insufficienti».  Le parole di Dimon arrivano mentre i titoli obbligazionari a lunga scadenza sono sotto pressione per il timore che l’aumento dei prezzi del petrolio possa costringere le banche centrali ad alzare i tassi. Non a caso il rendimento del Treasury a 30 anni ha superato nei giorni scorsi il 5,18%, toccando il massimo degli ultimi 19 anni.

A questo si aggiungono le preoccupazioni sulla spesa pubblica in Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, oltre al boom dell’intelligenza artificiale che continua a sostenere la crescita della maggiore economia mondiale. Tutti fattori che stanno spingendo gli investitori a chiedere rendimenti più elevati per detenere debito a lunga scadenza. Dal momento che nei bond il rendimento viaggia in senso contrario ai prezzi delle emissioni, significa che è in atto un brutale selloff sulle obbligazioni.

«I rendimenti obbligazionari possono salire», ha ripreso Dimon. «L’idea che non possano più aumentare è sbagliata. Aziende come la nostra si preparano sia a tassi più alti sia a tassi più bassi».  I movimenti riflettono i timori degli investitori sull’impatto inflazionistico della guerra con l’Iran e sui rischi legati al deficit degli Stati Uniti.

Il debito Usa salirà nel 2026 da 30.000 a 32.000 miliardi

Dal momento che non ci sono segnali di una rapida soluzione del conflitto in Medio Oriente, i trader ora attribuiscono una probabilità del 70% a un rialzo dei tassi Fed di 25 punti base entro dicembre, mentre un aumento di pari entità entro marzo viene considerato quasi certo.

Si tratta di un netto cambio di scenario rispetto a prima della guerra con l’Iran, quando il mercato si aspettava oltre due tagli dei tassi da 25 punti base entro la fine dell’anno.

«Il debito pubblico americano è di 30.000 miliardi di dollari e il tasso medio è del 3,5%. Già oggi è impossibile rifinanziarlo a costi inferiori», ha spiegato Dimon. «Quest’anno gli Stati Uniti devono rifinanziare altri 2.000 miliardi di dollari, ma il problema è che non sappiamo quando il mondo inizierà ad avere davvero paura di questa situazione, o quando l’inflazione porterà gli investitori a non voler più detenere titoli a lunga scadenza».

Dimon ha aggiunto che le conseguenze si sentiranno anche sul mercato del credito. «I tassi possono facilmente salire ancora e anche gli spread possono allargarsi ulteriormente. A un certo punto molte persone dovranno rifinanziare il proprio debito a tassi più elevati», ha sottolineato Dimon. E bisogna vedere se saranno in grado di farcela. (riproduzione riservata)



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