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James Dimon
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Jamie Dimon (Jp Morgan) lancia l’allarme: «Crisi obbligazionaria globale più vicina»

di Giusy Iorlano
29 aprile 2026, 10:09

Debito in crescita, inflazione persistente e tensioni geopolitiche mettono sotto pressione i mercati: il ceo di Jp Morgan lancia l’allarme su un possibile shock nei bond

«Se le cose dovessero continuare così, è probabile che ci troveremo di fronte a una crisi obbligazionaria». A lanciare l’allarme sulla tenuta dei mercati finanziari è il ceo di Jp Morgan Chase, Jamie Dimon, durante la conferenza di Norges Bank Investment Management a Oslo, avvertendo che l’aumento del debito sovrano delle economie avanzate, non ultimi gli Stati Uniti, potrebbe innescare una crisi del mercato obbligazionario. Per evitarla, è necessario che i policymaker intervengano prima che la situazione li costringa a farlo. 

«Con l’andamento attuale, ci sarà una sorta di crisi obbligazionaria e poi dovremo affrontarla», ha affermato Dimon aggiungendo «non sono così preoccupato di non essere in grado di gestirla. Credo semplicemente che la maturità imponga di intervenire, piuttosto che lasciare che accada».

Debito e inflazione: la pressione sale

Alla base del rischio indicato da Dimon c’è innanzitutto l’espansione del debito pubblico, destinato a crescere nei prossimi anni insieme ai deficit. A questo si aggiunge un’inflazione che potrebbe riaccelerare, alimentata da spesa pubblica, riarmo globale e investimenti infrastrutturali. Lo scenario più temuto resta quello della stagflazione, una combinazione che renderebbe più difficile per le banche centrali gestire la stabilità dei prezzi senza destabilizzare i mercati.

Geopolitica e liquidità: mercati più fragili

Le tensioni internazionali, dal Medio Oriente all’Ucraina, continuano a rappresentare un fattore di rischio per energia e catene di approvvigionamento. Allo stesso tempo, le regole introdotte dopo la crisi del 2008 hanno ridotto la capacità delle banche di assorbire vendite massicce di titoli. Il risultato è un mercato obbligazionario più esposto a movimenti bruschi: se molti investitori vendono contemporaneamente, i rendimenti possono impennarsi rapidamente, costringendo le banche centrali a intervenire. «L’attuale crescente mix di rischi potrebbe combinarsi in modi imprevedibili», ha detto Dimon aggiungendo che «non affrontare queste pressioni aumenta la probabilità che l’aggiustamento avvenga dopo un periodo di sconvolgimenti».

Il precedente britannico e i segnali attuali

La crisi dei Gilt britannici del 2022 resta un esempio concreto: una spirale di vendite forzate portò a un’impennata dei rendimenti e all’intervento urgente della Bank of England. Oggi, segnali di stress emergono anche in segmenti come il private credit, dove alcuni fondi stanno limitando i riscatti.

Il numero uno di JPMorgan non ritiene che il credito privato, oggi ad una cifra record di 1.700 miliardi di dollari, sia «sufficientemente elevato da rappresentare un rischio sistemico», ma ammette che «il rischio maggiore è che una recessione nel credito sia più grave del previsto». «Non abbiamo avuto una recessione del credito da così tanto tempo che, quando si verificherà, sarà peggiore di quanto si pensi», ha concluso. (riproduzione riservata)



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