Sarà che le prime avvisaglie sulla crisi del credito erano emerse a metà 2006 e sono passati quasi vent’anni. Sarà che fu nell’estate del 2007 che il bubbone dei mutui subprime negli Usa iniziò a esplodere facendo crollare Wall Street, fallire a settembre 2008 Lehman Brothers e mandare al tappeto le borse mondiali in una delle più dirompenti crisi finanziarie della storia. Fatto sta che Jamie Dimon, lo storico amministratore delegato di JP Morgan Chase, nel 2008 salvò dal crack Bear Stearns e Washington Mutual su richiesta della Fed. E oggi non vorrebbe trovarsi davanti allo stesso appello.
Dimon è stato interpellato da un gruppo di investitori sulla salute attuale della finanza, dopo che Blue Owl Capital, società di gestione patrimoniale alternativa, ha deciso di sospendere in modo permanente i riscatti del fondo Obdc II da 1,6 miliardi di dollari a causa delle tensioni nel settore del credito privato, un segnale di allarme sistemico. Il top manager di JP Morgan inizia a vedere ora alcune analogie con la crisi finanziaria del 2008 quando la corsa a concedere prestiti a qualunque costo si concluse con un colossale crack collettivo. «Purtroppo abbiamo già visto qualcosa di simile nel 2005, 2006 e 2007: la marea crescente sollevava tutte le barche, tutti guadagnavano molto», ha detto Dimon agli investitori. JP Morgan, ha spiegato, non è disposta a concedere prestiti più rischiosi per aumentare il margine di interesse netto (NII), ma «vedo un paio di operatori fare cose stupide solo per creare margini». Dimon ha poi aggiunto di aspettarsi che il ciclo del credito prima o poi peggiorerà di nuovo, anche se non sa quando. Da mesi il top manager mette in guardia su un possibile deterioramento della qualità dei prestiti in circolazione.
Quando lo scorso anno Tricolor Holdings e First Brands Group crollarono, il ceo disse che la comparsa di uno «scarafaggio» significava che probabilmente ne sarebbero emersi altri. Tricolor Holdings era una società Usa specializzata nel finanziamento di auto per clienti subprime, ovvero con basso merito creditizio, offriva prestiti garantiti dai veicoli stessi. E’ andata in default nel 2025 a causa dell'insostenibilità del modello di business legato al calo dei prezzi dell'usato e a frodi emerse nei bilanci. First Brands, invece, sede nel Michigan, produce e commercializza ricambi auto premium per il mercato aftermarket. Lo scorso anno ha affrontato una ristrutturazione a causa di un elevato indebitamento. Di qualche giorno fa, come si è visto, la decisione di Blue Owl Capital di sospendere in modo permanente i rimborsi del fondo Obdc II da 1,6 miliardi di dollari.
E adesso soffia il vento gelido dell’intelligenza artificiale che gli americani hanno giò ribatezzato scare trade: i mercati cercano di capire in che modo la nuova tecnologia potrebbe sconvolgere i settori tradizionali dell’economia che vengono messi sotto pressione di volta in volta. Lunedì sera, per esempio, il colosso Ibm è crollato del 13% dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento del modello Claude di Anthropic che rischia di mettere in crisi uno dei software più usati da Ibm. «In un ciclo del credito c’è sempre una sorpresa», ha detto Dimon, aggiungendo che spesso la sorpresa riguarda proprio il settore colpito. «Questa volta potrebbe essere il software a causa dell’AI» dal momento che i nuovi tool di intelligenza artificiale vanno a colpire nel cuore la redditività del comparto tech tradizionale con un’enorme concorrenza in materia di velocità computazionale e costi.
Dimon ha aggiunto poi davanti agli investitori di considerare la sua banca tra i vincitori nella corsa all’AI: «Alla fine, considerato 100 ambiti nel complesso, saremo vincitori in 75 e perdenti in 25». Nel corso della lunga sessione di domande e risposte durante quello che il top manager ha definito un «aggiornamento societario per gli investitori», gli è stata posta anche una domanda sulla successione. In effetti il banchiere guida JP Morgan da 20 anni dopo averla trasformata nella più grande e redditizia banca degli Stati Uniti. La questione su quando potrebbe ritirarsi — e chi potrebbe succedergli — è da anni oggetto di interesse a Wall Street. Anche questa volta la sua risposta è stata in linea con le ultime dichiarazioni: resterà ad per «qualche anno ancora». (riproduzione riservata)