Gli italiani sono preoccupati per la situazione economica del Paese e per l’instabilità internazionale. Guardano al 2026 con realismo, dicendosi consapevoli di non potersi permettere spese esagerate o sfizi di grandi dimensioni ma a tavola non rinunceranno alla qualità e alla salute.
Questi i risultati di due sondaggi condotti a fine 2025 dal Centro Studi di Coop, sia sulle previsioni del 2026 in generale, tra lavoro, famiglia e contesto globale, sia sulle preferenze di spesa in cibo nella vita di tutti i giorni.
Per quanto riguarda le preferenze a tavola degli italiani, il Bel Paese si conferma la patria del cibo preparato a casa, con 7 intervistati su 10 che non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento. Cresce anche il delivery, segno di una preponderante propensione a mangiare a casa rispetto a uscire a pranzo o a cena.
Guardando al carrello della spesa, qualità e salute continuano a vincere nonostante un generalizzato aumento dei prezzi (per cui si prevede un aumento di spesa del 9%), possibilmente coniugandole con la convenienza. Cresce il numero di persone che acquisterà più alimenti senza conservanti e additivi rispetto a chi ne comprerà di meno, il 21% a fronte del 14% nel 2024, e lo stesso vale per i cibi senza zuccheri (una differenza del 18%, mentre nel 2024 era il 13%) e a ridotto contenuto di grassi (15%, nel 2024 era il 12%).
Un trend, in nome del benessere e della prevenzione, che si riflette anche nella scelta delle categorie di alimenti: verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28).
Come detto, qualità e convenienza saranno i vettori delle scelte degli italiani. Per questo, l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a marca del distributore, mentre la crescita dei discount registrerà un rallentamento.
Per quanto riguarda il largo consumo, secondo i manager food & beverage, il 2026 sarà un anno moderatamente negativo: il 22% di questi prevede un peggioramento a fronte di un 12 % di ottimisti, mentre dominano le previsioni di stabilità (66%).
Infatti, se è vero che le intenzioni d’acquisto sembrano essere positive, queste saranno più che compensate dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%).
Le speranze di migliori performance del segmento largo consumo sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64%).
La sostenibilità ambientale, l’altro grande tema dei nostri giorni, resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici.
Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13%) e il costo del lavoro (-27%), quello di materie prime e merci (-30%, con un minimo del -47% tra i manager del retail) ed i margini/redditività (-30).
Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del largo consumo le priorità su cui scommettere sono il capitale umano (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%.
Pensando a temi più generali, gli italiani guardano al 2026 con preoccupazione (37%) e insicurezza (23%) a causa dei conflitti internazionali, dei cambiamenti climatici e delle crescenti disuguaglianze sociali. Nel sondaggio, la parola scelta dal 43% degli intervistati per l’anno appena iniziato è «turbolenza» e prevedono una crescita del pil dello 0,2%, mentre il dato Istat è 0,8%.
Gli italiani sanno di dover spendere di più, a causa dell’aumento dei prezzi, e lo faranno tendenzialmente per beni di prima necessità. Chi pensa di spendere di più per utenze e bollette supera di 22 punti percentuali quanti sperano di pagare meno. E questo timore di maggiori esborsi vale anche per la salute fisica (saldo +10 punti percentuali) e il cibo domestico (saldo +9).
Data la situazione, le richieste si intervento che gli italiani fanno al Governo riguardano riduzione della pressione fiscale per famiglie e imprese, il potenziamento delle politiche per il lavoro intese come valorizzazione del capitale umano, conciliazione vita-lavoro, regolarizzazioni e nuove politiche di natalità.
C’è poi ottimismo sul contributo che l’AI potrà dare alla produttività delle imprese (il 69% parla di incremento significativo o moderato), mentre il 37% è altrettanto convinto che possa portare beneficio anche ai tassi di occupazione.
In questo contesto, c’è poco spazio per grandi progetti. Solo il 12% dei 18-44enni italiani pensa di avere un figlio nei prossimi 12 mesi a fronte del 29% che lo vorrebbero ma non pensa accadrà e del 59% che non è interessato ad averne.
Anche trasferirsi all’estero, cambiare lavoro e dedicarsi alla propria formazione restano sogni chiusi nel cassetto a favore di stabilità e tranquillità, anche se c’è una fascia di popolazione che si distingue per le proprie ambizioni: sono le giovani donne, tra i 18 e 29 anni, che registrano un 10% in più della media nella risposta «realizzazione e successo» alla domanda su che cosa ispira le loro azioni. (riproduzione riservata)