L’Italia sarebbe esposta «in modo significativo» all’eventuale inasprimento dei dazi da parte degli Stati Uniti, secondo quanto osservato dalla Banca d’Italia nell’ultimo bollettino economico. Gli Usa sono il secondo Paese dopo la Germania per vendite estere di beni nazionali. L’incidenza del mercato di sbocco statunitense è quasi raddoppiata dall’inizio dello scorso decennio ed è arrivata così all’11% delle esportazioni nel 2023, per un totale di 63 miliardi di euro.
Bankitalia ha osservato che l’aumento dell’export verso gli Usa è legato al deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, alla crescita della domanda americana e alla ricerca da parte delle imprese italiane di mercati alternativi a quelli europei.
Gli Stati Uniti sono invece solo il settimo Paese per provenienza delle importazioni di beni (4% del totale, per un valore di 20 miliardi di euro). Di conseguenza l’Italia ha un forte surplus negli scambi di beni con gli Stati Uniti: l’avanzo arriva al 2% del pil, al terzo posto tra quelli dei Paesi dell’Eurozona verso gli Usa (il primo è l’Irlanda ma il dato è condizionato dalle molte multinazionali americane che hanno la sede europea a Dublino). Anche in termini assoluti l’avanzo commerciale dell’Italia con gli Stati Uniti (pari a 43 miliardi nel 2023) è il terzo più elevato nell’Eurozona, dopo quello di Germania (73 miliardi) e Irlanda (50 miliardi).
La rilevanza del mercato statunitense è comunque differente in base ai settori. Secondo i dati di commercio estero relativi al 2023, la cantieristica navale e quella aerospaziale sono i comparti più esposti, con oltre un quarto delle vendite estere dirette verso gli Stati Uniti. Il mercato Usa assorbe una quota rilevante (tra il 10 e il 16%) delle esportazioni anche in altri settori, tra cui la farmaceutica, gli «altri prodotti manifatturieri» (come gioielli, occhialeria, mobili), il comparto automobilistico (principalmente prodotti finiti di alta gamma), la meccanica, i prodotti alimentari e i petroliferi raffinati. Dal lato delle importazioni, l’incidenza degli Stati Uniti è ridotta in tutti i settori, tranne in quelli dell’energia (petrolio e gas naturale liquefatto rappresentano il 10%) e della farmaceutica (12%).
Un’azienda esportatrice italiana su tre vende prodotti o servizi negli Usa. Bankitalia ha sottolineato che un inasprimento dei dazi avrebbe effetti significativi per tutte queste imprese ma soprattutto per le pmi che hanno in media un’esposizione al mercato Usa per il 7% del fatturato e per il 27% delle esportazioni. Le grandi aziende esportatrici hanno invece un’esposizione media agli Usa pari al 5% dei ricavi e al 15% dell’export.
Bankitalia ha comunque rilevato che in aggiunta agli effetti diretti «le restrizioni commerciali potrebbero colpire anche i produttori che, pur non esportando direttamente, forniscono input intermedi incorporati nei beni destinati agli Stati Uniti». Inoltre, l’elevata incertezza sulle politiche commerciali per Via Nazionale «può costituire di per sé un freno consistente agli investimenti». (riproduzione riservata)