L’Italia si conferma a due motori ma ribaltando il dualismo storico: il Sud cresce di più, anche in termini di numero di occupati. Resta però il tasto dolente dell’economia sommersa. È quanto emerge dall'analisi Istat sui conti economici territoriali negli anni 2021-23.
Partendo proprio dall’aspetto negativo, l’economia sommersa ha rappresentato nel 2022 (i dati più recenti a disposizione) l'11,2% del valore aggiunto complessivo nazionale con un'incidenza sul pil del 10,1%, in lieve aumento rispetto al 2021.
Nel Mezzogiorno però l’economia sommersa rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, dopo il Centro Italia (11,6%). Sensibilmente più contenuta, e inferiore alla media nazionale, è l'incidenza nel Nord-est (9,3%) e nel Nord-ovest (8,8%).
A livello complessivo, si confermano come componenti più rilevanti il valore aggiunto occultato attraverso sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (5,6%) e l'impiego di lavoro irregolare (3,9%), mentre l'economia illegale, le mance e il valore dei fitti in nero hanno inciso nel complesso per l'1,8%.
Passando al lato positivo, il pil in volume è aumentato dell’1,5% nel Mezzogiorno nel 2023, dello 0,7% nel Nord-ovest, dello 0,4% nel Nord-est e dello 0,3% nel Centro (+0,7% a livello nazionale). Tra le singole regioni, in Abruzzo e Sicilia si è registrato il maggior incremento in volume con il +2,1%, in Friuli-Venezia Giulia invece la diminuzione più marcata (-0,5%).
Il Nord-ovest mantiene il primo posto nella graduatoria del pil pro-capite, con un valore in termini nominali di 44,7mila euro annui, mentre nel Mezzogiorno la cifra risulta leggermente inferiore ai 24mila euro annui.
Nel 2023 il reddito disponibile delle famiglie per abitante del Mezzogiorno (17,1mila euro annui) si conferma il più basso del Paese: la distanza da quello del Centro-nord (25mila euro annui) supera il 30%.
Nel 2023, i consumi finali delle famiglie sono cresciuti in volume dell’1% a livello nazionale. Le dinamiche nelle ripartizioni sono piuttosto simili, con incrementi di poco superiori alla media nazionale nel Centro e nel Nord-est (+1,1% rispetto al 2022) e leggermente inferiori nel Mezzogiorno (+0,9%).
La crescita ha interessato tutto il Paese, ma la ripartizione più dinamica è stata il Mezzogiorno, dove il numero degli occupati è aumentato del 2,6% rispetto al 2022. Il Nord-est ha mostrato un incremento leggermente superiore alla media nazionale (+2%), mentre nel Nord-ovest e nel Centro gli incrementi sono stati più contenuti, rispettivamente dell’1,5% e dell’1,2%.
Nel Sud la crescita occupazionale si osserva in tutti i settori economici, ma è legata soprattutto all’andamento nei settori dell’industria (+3,5% rispetto al 2022) e dei servizi (+2,8%), che hanno registrato, in quest’area, gli aumenti più consistenti.
Da segnalare, inoltre, l’aumento degli occupati nelle costruzioni (+2%, a fronte del +1,3% a livello nazionale). In agricoltura la modesta crescita degli occupati (+0,4%) è in controtendenza, con un calo osservato nelle altre ripartizioni geografiche. (riproduzione riservata)