La Bce non teme al momento i possibili effetti della crisi Iran-Israele sull’inflazione nell’Eurozona. I banchieri centrali hanno confermato nelle ultime ore la linea del consiglio direttivo dell’11 aprile. Ci sono alcune ragioni per cui si ritiene che le conseguenze dello scontro Iran-Israele siano per ora siano limitate. La crisi appare temporanea e potrebbe essere in buona parte rientrata. Inoltre l’impatto inflazionistico dell’aumento del prezzo del petrolio è compensato da altri fattori disinflazionistici. In particolare l’impatto negativo sui redditi in Europa riduce la domanda. Inoltre l’incertezza in Medioriente potrebbe pesare sugli scambi commerciali e sulla fiducia economica.
Infine va considerato che, a differenza di quanto avvenuto in passato, il prezzo del petrolio non è più correlato con quello del gas: per quest’ultimo non si intravedono rischi di un incremento significativo. Nel complesso quindi l’impatto potrebbe essere limitato sia sull’inflazione nel medio termine che sui prezzi dell’energia complessivi (includendo gas e rinnovabili). In ogni caso lo scenario cambierebbe se dovesse esserci un’escalation del conflitto. I rischi geopolitici sono stati evidenziati nei giorni scorsi dalla presidente Bce Christine Lagarde.
Il capoeconomista Bce Philip Lane ha detto a Dublino che l’inflazione potrà fare «balzi» nel breve termine a causa di effetti base, cioè delle oscillazioni dei prezzi dell’energia rispetto a un anno fa. Ma Lane ha aggiunto che la convergenza dell’inflazione al 2% nel 2025 sarà comunque sostenuta dalle minori pressioni sul costo del lavoro, dal minor peso dei profitti delle imprese e dall’impatto della politica monetaria. Perciò, ha ribadito Lane sulla scia di Lagarde, se aumenterà ancora la fiducia sul calo dell’inflazione «sarà appropriato ridurre la restrizione monetaria».
Il governatore francese François Villeroy de Galhau ha espresso lo stesso concetto ma in modo più esplicito a Le Journal du Dimanche: «Salvo sorprese, dovremmo decidere il primo taglio durante la prossima riunione del 6 giugno», ha detto, aggiungendo di essere più fiducioso sulla discesa dell’inflazione. La mossa di giugno, ha precisato Villeroy, «dovrà essere seguita da altri tagli entro la fine dell’anno».
Anche i falchi del consiglio Bce hanno riconosciuto che lo scenario economico richiede una riduzione dei tassi (quelli sui depositi sono al 4%). Il governatore lituano Gediminas Simkus ha detto di vedere una probabilità «superiore al 50%» di più di tre tagli quest’anno e non ha escluso un intervento a luglio dopo quello di giugno. Lo slovacco Peter Kazimir e il finlandese Olli Rehn si sono detti a favore di una riduzione a giugno, mentre non si sono sbilanciati sulle mosse successive. Alcuni membri Bce vorrebbero tagliare soltanto nelle riunioni con aggiornamento delle proiezioni (giugno, settembre e dicembre), altri spingono per un maggior numero di interventi.
La Bce non si sbilancia sul futuro, ma già include nelle proiezioni macro le previsioni di mercato sul calo dei tassi. Perciò nei prossimi mesi non sarà in discussione la direzione della politica monetaria, ma la calibrazione dei tagli. In particolare si dovrà definire se serviranno più o meno riduzioni rispetto a quelle attese dai mercati (circa 85 punti base quest’anno, ovvero tre o quattro sforbiciate da 25 punti base).
Nei prossimi mesi la Bce potrebbe ridurre i tassi più della Fed a causa di un’inflazione più vicina al 2% e di un’economia più debole nell’Eurozona. Non è comunque detto che il divario dei tassi abbia un effetto inflazionistico. L’euro si è indebolito a 1,062 dollari, sui minimi da novembre, ma la variazione per il momento non preoccupa e riflette soprattutto la forza del dollaro e dell’economia Usa. La forte domanda americana potrebbe spingere in alto i prezzi globali. Ma occorre considerare anche l’effetto disinflazionistico di un aumento dei tassi a lungo termine importato dagli Usa. (riproduzione riservata)