L’ultimo miglio di riduzione dell’inflazione si sta rivelando molto più complesso da percorrere rispetto a quanto ipotizzato all’inizio dell’anno, e per questa ragione le banche centrali (in primis la Fed) si stanno mostrando molto più restie a tagliare i tassi di interesse rispetto alle precedenti stime del mercato.
Insomma, con l’inflazione elevata si dovrà convivere ancora a lungo e questo si traduce giocoforza nelle inevitabili scelte di portafoglio. Come posizionare i propri investimenti in un regime di carovita strutturalmente elevato? La società di gestione Schroders, in un’analisi consultata in anteprima da MF-Milano Finanza, ha suddiviso i settori di mercato e gli stili di investimento sulla base della loro sensibilità alle dinamiche inflazionistiche.
In generale la maggior parte dei settori difensivi tengono a sovraperformare se i prezzi al consumo sono alti, «perché sono più resilienti all’incremento dei prezzi». Questi settori includono infatti i cosiddetti beni di prima necessità, come alimenti e assistenza sanitaria: beni di cui i consumatori non possono fare a meno a prescindere dal contesto inflattivo. «Fanno eccezione però i servizi di telecomunicazione, che sembrano registrate un andamento non brillante in tutti i contesti inflazionistici», spiega l’analisi, firmata dalla strategist Tina Fong e dall’economista Ben Read.
Al contempo, spiegano gli esperti, alcuni settori ciclici «come quelli energetico e dei titoli finanziari tendono a registrare risultati positivi quando l’inflazione è elevata». Le ragioni sono molteplici: da una parte il reddito del comparto energetico dipende dai prezzi del petrolio e del gas, una componente chiave del dato inflattivo. Di contro, i titoli finanziari «conseguono tendenzialmente buoni risultati in un contesto d’inflazione e tassi d’interesse elevati: infatti, il reddito netto ottenuto dalle banche aumenta», spiegano i professionisti di Schroders.
Ci sono poi titoli che con l’inflazione elevata tendono a soffrire di più: i ciclici, come tecnologia e beni di consumo discrezionali, in genere «sovraperformano quando l’inflazione è bassa». I titoli tecnologici in particolare, spiega lo studio, «sono più sensibili ai rialzi dei tassi d’interesse, poiché generano una quota considerevole dei loro utili nel futuro, quindi, i flussi di cassa futuri vengono scontati a un tasso più elevato». Senza dimenticare che, se i prezzi al consumo sono alti, i consumatori danno in genere importanza alle spese essenziali, mettendo in secondo piano tutte quelle discrezionali.
L’analisi della società di gestione guarda anche agli stili di investimento che fanno meglio se l’inflazione è elevata. «Sia i titoli caratterizzati da una volatilità minima che quelli con dividendi elevati hanno una maggiore esposizione verso i settori difensivi», quelli che fanno meglio se il carovita è alto. Al contempo, aggiungono gli esperti, «gli indici high yield dividend e value presentano una maggiore concentrazione di società nel settore energetico, che beneficiano di un contesto caratterizzato da un’inflazione crescente».
Tuttavia, prosegue l’analisi, «lo stile momentum tende a registrare una buona performance quando l’inflazione è bassa, anche se è più difensivo». Ciò potrebbe essere dovuto in particolare «al fatto che questi titoli traggono vantaggio dalla ripresa dei titoli azionari più in generale, quando l’inflazione e i tassi sono bassi.» Negli ultimi tempi inoltre lo stile momentum «è stato influenzato anche da una maggiore concentrazione di titoli tecnologici, che tendenzialmente ottengono buoni risultati quando i tassi d’interesse vengono tagliati». Le small cap infine, conclude lo studio, «si comportano come gli stili più difensivi, poiché conseguono risultati migliori quando l’inflazione è alta piuttosto che bassa». Ciò è probabilmente dovuto al fatto che le small cap «presentano una ponderazione maggiore in alcuni settori difensivi e nei titoli finanziari». (riproduzione riservata)