Dopo una prima metà dell’anno in cui il ritmo dei mercati è stato scandito dalla santa alleanza tra utili in crescita, attese di tagli dei tassi delle banche centrali e boom dell’intelligenza artificiale, dopo il giro di boa la politica potrebbe bussare alla porta dei portafogli di investimento. In particolare il bis di tornate elettorali, prima Francia e poi Stati Uniti. «L’anno per ora è andato benissimo sul mercato azionario, meno su quello obbligazionario, che ha risentito di dati Usa più forti delle attese», conferma Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm in Italia. «La borsa si è concentrata essenzialmente su utili, attese di tagli dei tassi e AI, non tanto in chiave prospettica come aumento della produttività in futuro quanto come spese in conto capitale oggi».
Adesso però le cose potrebbero cambiare e nella seconda metà dell’anno, evidenzia Ramenghi, «prevediamo che la politica sarà più importante per gli investitori». Si parte dalla Francia, le cui elezioni parlamentari sono previste per domenica 30 giugno. In particolare, il capo degli investimenti manifesta «qualche dubbio sulla tenuta dell’impianto fiscale» transalpino, «perché sia la Sinistra sia la Destra vedono in modo negativo la riforma delle pensioni». Lo spread francese, non a caso, si è già allargato di 30 punti base. «Sarà difficile per il Paese rispettare la procedura per deficit eccessivo della Commissione Ue, e la Francia potrebbe rivelarsi meno malleabile dell’Italia di fronte alle aspettative di Bruxelles», spiega Ramenghi. «Ci aspettiamo che la volatilità del debito pubblico francese possa rimanere elevata e in parte riflettersi sugli altri Paesi del Sud Europa».
Altra variabile chiave sono le elezioni americane di novembre. «Anche qui», conferma Ramenghi, «uno dei temi principali è l’elevato deficit del bilancio federale. In realtà sulla base dei programmi politici di Trump e Biden è difficile che il deficit rientri in modo veloce». Ma nel frattempo gli esperti di mercato iniziano ad attuare qualche accorgimento nella loro allocazione seguendo il flusso dei sondaggi. «In portafoglio», dice il cio di Ubs Wm, «abbiamo già fatto alcune operazioni tattiche in ottica di eventuale vittoria di Trump, attualmente data dai sondaggi come più probabile rispetto a una rielezione di Biden». Ad esempio, prosegue, «abbiamo aumentato il peso degli industriali americani, riducendo quello dei consumi discrezionali, nell’ipotesi di un alleggerimento del carico fiscale sulle imprese e di una riduzione dei sussidi ai cittadini». Una considerazione speciale la meritano i titoli finanziari: «Abbiamo incrementato l’esposizione alle banche americane, in quanto Trump ha già fatto riferimento a un processo di deregulation», sottolinea Ramenghi.
In generale, certifica l’esperto, «lo scenario politico è complesso: noi per ora stiamo mantenendo le posizioni strategiche con qualche aggiustamento tattico». Nel campo della tecnologia l’intelligenza artificiale dovrebbe essere tutt’altro che una moda. «Vediamo opportunità legate all’aumento dei fatturati per via dell’AI, sia per chi produce chip che per le società integrate su tutta la catena del valore». Pochi dubbi sul fatto che il mercato stia provando a scovare i campioni di questa rivoluzione. «La prima fase consiste nel creare l’infrastruttura, quindi chip, potenza di calcolo e software», elenca Ramenghi. «Questo movimenta enormi risorse che entrano subito nel conto economico come ricavi. Per questo per i prossimi mesi c’è una buona visibilità sugli utili, e quindi siamo abbastanza costruttivi sui titoli della tecnologia». E non solo su quella Usa: «Siamo anche positivi sui colossi tech cinesi», aggiunge il cio, «che forse stanno rincorrendo sull’AI ma trattano a multipli che sono quasi la metà di quelli americani». Sempre tenendo conto che «sulla Cina rimane il rischio di tensioni commerciali ed escalation geopolitica».
Sul tech vale anche un’ultima riflessione: «In considerazione della forte performance», evidenzia Ramenghi, «a volte il peso della tecnologia nei portafogli è eccessivo e vale quindi considerare parziali prese di profitto per diversificare su società più difensive che offrano buoni flussi di dividendi». Un’altra area di diversificazione, secondo l’esperto di mercato, «è rappresentata dal mercato inglese che, nonostante l’incerta situazione politica, presenta multipli bassi e molta esposizione alle materie prime». Oppure sulle small cap europee, «realtà interessanti rimaste molto indietro nello scorso rally e che beneficiano in modo più che proporzionale dal taglio dei tassi, perché in genere si finanziano tramite prestiti bancari e non tramite bond».
Per quanto riguarda la componente obbligazionaria, Ramenghi ritiene che «la parte a medio-lungo periodo della curva non riflette ancora il calo dei tassi, anche perché le banche centrali riducono le obbligazioni sui loro bilanci». In particolare, l’esperto crede che attualmente «si possano bloccare buoni rendimenti investment grade a medio-lungo termine con natura anticiclica. In caso di shock di mercato queste obbligazioni potrebbero infatti generare delle plusvalenze, compensando eventuali perdite sull’azionario».
Sempre in ottica di elezioni Usa, il capo degli investimenti prevede che «il dollaro possa indebolirsi nel medio periodo anche perché in passato Trump lo ha mai voluto forte». Attualmente, non a caso, il biglietto verde tratta a +18% sull’inizio del primo mandato di Trump. «Tra le valute risulta interessante invece il franco svizzero, in ottica di bene rifugio». Infine c’è l’oro, il cui andamento di solito è guidato da «paura e tassi americani. La paura la misuriamo come volatilità, che è abbastanza stabile, mentre i rendimenti americani sono scesi». In teoria l’oro dovrebbe scendere, invece «sta salendo perché le banche centrali dei Paesi emergenti lo stanno comprando in grandi quantità». In particolare, conclude Ramenghi, «la Cina sta riducendo riserve in dollari e comprando oro, forse anche per avere uno scudo in caso di tensioni geopolitiche». (riproduzione riservata)