Intel è pronto ad annunciare in settimana un taglio di oltre il 20% della sua forza lavoro (21.780 persone). L’obiettivo è semplice: eliminare la burocrazia all’interno del gigante di semiconduttori in difficoltà, snellire la gestione e ricostruire una cultura aziendale ingegneristica, secondo quanto ha spiegato una fonte a Bloomberg che per primo ha dato la notizia. Se confermata ufficialmente, sarebbe la prima grande ristrutturazione sotto la guida del nuovo amministratore delegato, Lip-Bu Tan, che ha assunto l’incarico a marzo di quest’anno al posto dell’ex ceo, Pat Gelsinger.
A Wall Street il titolo Intel a metà seduta sale del 5,4% a 20,56 dollari anche perché Trump starebbe valutando una riduzione dei dazi record imposti sulle importazioni dalla Cina per ridurre le tensioni, secondo il Wall Street Journal. «La Cina capirà che ha bisogno di cambiare, a volte serve una spinta esterna», ha detto Warren Bessent, segretario al Tesoro Usa, secondo cui c'è spazio per «un grande accordo».
I tagli in casa Intel non sono nuovi. Seguono l’ondata di licenziamenti annunciata ad agosto del 2024 volta a eliminare ben 15.000 posti di lavoro (15% della forza lavoro). Il chipmaker in difficoltà della Silicon Valley contava 108.900 dipendenti alla fine dello scorso anno, in calo rispetto ai 124.800 dell’esercizio precedente. Un portavoce del gruppo si è rifiutato di commentare l’anticipazione di Bloomberg.
Il ceo Tan punta a rilanciare lo storico produttore di chip dopo anni in cui ha perso terreno rispetto ai concorrenti. L’azienda di Santa Clara, in California, infatti, ha perso il proprio vantaggio tecnologico e fatica a tenere il passo con l’altro colosso statunitense, Nvidia, nel settore dell’intelligenza artificiale. Questo ha contribuito a tre anni consecutivi di cali delle vendite e a perdite in aumento.
Per risollevare le sorti di Intel, Tan ha promesso di dismettere le attività non core e di creare prodotti più competitivi. Un passo in questa direzione è avvenuto già la scorsa settimana quando la società ha venduto una partecipazione del 51% della sua divisione di chip programmabili Altera a Silver Lake Management.
Intel pubblicherà i risultati del primo trimestre del 2025 giovedì 24 aprile, un’occasione per Tan per illustrare meglio la sua strategia. Sebbene il peggio sia alle spalle, gli analisti non prevedono un ritorno delle vendite ai livelli precedenti per anni anche perché Intel ha ritardato i piani per un impianto in Ohio che si prevedeva diventasse il più grande centro di produzione di chip al mondo.
In più l’azienda sembrava destinata a essere la principale beneficiaria dei fondi del Chips and Science Act del 2022, ma il programma è in una fase di incertezza sotto la presidenza Trump. Come se non bastasse è sempre meno probabile una collaborazione produttiva con la taiwanese Tsmc. Infatti, il ceo di quest’ultima, C.C. Wei, ha dichiarato la scorsa settimana che l’azienda continuerà a concentrarsi sul proprio core business.
Ciliegina sulla torta: Intel, che per anni ha dominato il mercato dei processori per computer personali e data center, ha risposto con lentezza al passaggio all’AI. Questo cambiamento ha permesso alla rivale Nvidia di crescere: da attore di nicchia è diventata la società di semiconduttori più preziosa al mondo con un fatturato che ora supera quello di Intel.
Barclays ha ridotto il suo prezzo obiettivo a un anno sul titolo Intel da 23 a 19 dollari per azione, confermando il rating equal-weight. L’analista Tom O’Malley ha citato gli ostacoli legati ai dazi Usa e il braccio di ferro con la Cina come motivazioni alla base della revisione del target price. Anche Bernstein ha abbassato il suo prezzo obiettivo su Intel da 25 a 21 dollari per azione, mantenendo il rating market perform dopo aver tagliato le previsioni sull’utile per azione 2025 a 0,37 dollari e sulle vendite a 52,4 miliardi di dollari (0,43 dollari e 53,1 miliardi le stime precedenti). (riproduzione riservata)