L’inflazione Usa sale oltre le attese al 3% a gennaio. La Fed sarà cauta nel taglio dei tassi
L’inflazione Usa è salita al 3% a gennaio, rispetto al 2,9% atteso dagli analisti e registrato a dicembre, secondo l’indice Cpi (Consumer Price Index). Il dato core, al netto di energia e cibo, è aumentato al 3,3%, rispetto al 3,1% previsto dal mercato e al 3,2% del mese precedente.
A gennaio anche l’aumento su base mensile è stato superiore alle aspettative: +0,5% rispetto alle previsioni dello 0,3% (+0,4% a dicembre). Sui prezzi del cibo in particolare ha inciso l’aumento del costo delle uova (+15% mensile) a causa dell’influenza aviaria.
Dopo la pubblicazione dei dati, gli operatori hanno modificato le attese sulla riduzione dei tassi. I mercati monetari ora scontano un solo taglio quest’anno, non più due.
Il presidente della Fed Jerome Powell in audizione alla Camera ha detto che l’inflazione ha fatto «grandi progressi» verso l’obiettivo che però «non è ancora raggiunto», perciò occorre «mantenere la politica restrittiva per il momento».
Powell ha aggiunto che è «possibile dover aggiustare i tassi con i dazi». Inoltre ha ribadito che non si dimetterà in caso di richiesta da parte della nuova amministrazione Usa.
Il presidente Usa Donald Trump intanto continua a mettere pressione sulla banca centrale: «I tassi di interesse dovrebbero essere abbassati, cosa che andrebbe di pari passo con i prossimi dazi», ha scritto su Truth.
Powell ha confermato cautela nel taglio dei tassi, come aveva già fatto in audizione al Senato l’11 febbraio: «Poiché la politica monetaria è ora significativamente meno restrittiva di prima e l’economia rimane solida, non dobbiamo avere fretta di modificare il nostro orientamento». La banca centrale ha ridotto i tassi dell’1% tra settembre e dicembre 2024, portandoli nell’attuale forchetta 4,25-4,5%.
Quanto all’andamento del pil, Powell ha detto che l’attività economica ha continuato a crescere «a un ritmo solido». Il pil è aumentato del 2,5% nel 2024, spinto dai consumi. Il mercato del lavoro, ha aggiunto il presidente della Fed, «rimane solido e sembra essersi stabilizzato» e «non è fonte di significative pressioni inflazionistiche».
Capital Economics ritiene che la Fed resterà fermasui tassi nel 2025 poiché «i dazi probabilmente manterranno l’inflazione core vicina o superiore al 3% quest’anno».
Per Ing «i potenziali dazi aggiungono un rischio di rialzo all’inflazione nei prossimi trimestri», ma «ci sono alcuni segnali incoraggianti che indicano che i costi degli alloggi rallenteranno in modo significativo più avanti nel 2025».
Goldman Sachs Asset Management ha osservato che i dati sull’inflazione, assieme a quelli sul mercato del lavoro, probabilmente rafforzeranno «l’approccio cauto» sui tassi da parte della Fed che «per il momento rimarrà in modalità wait-and-see». (riproduzione riservata)