Il petrolio crolla dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che l’Iran sta «parlando seriamente» con Washington, segnalando una de-escalation con un Paese membro dell’Opec, rimanendo, inoltre, coinvolto in una più ampia ondata di vendite sulle materie prime.
Il futures sul Brent cade del 4,49% a 66,22 dollari al barile, mentre quello sul Wti precipita del 4,88% a 62,03 dollari al barile dopo aver registrato a gennaio il maggior rialzo mensile dal 2022.
Trump ha minimizzato le minacce del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, di una guerra lanciate nel fine settimana, ribadendo di essere fiducioso nella possibilità di raggiungere un accordo. In risposta Teheran ha affermato il 2 febbraio che nei prossimi giorni verrà definito un quadro per i negoziati con gli Stati Uniti. «Stiamo studiando la struttura dei negoziati e alcuni Paesi della regione hanno inviato messaggi agli Stati Uniti in tal senso», ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei.
«Il movimento al ribasso del prezzo del greggio sembra più un riassetto delle posizioni che un cambiamento dei fondamentali», sottolinea Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital LP. «In assenza di nuovi shock sull’offerta, il petrolio sta restituendo parte del premio per il rischio, mentre il mercato si ricalibra dopo aver scontato interruzioni nel breve termine che semplicemente non si sono materializzate». La mancata ulteriore escalation delle tensioni in Medio Oriente, così come la riduzione delle interruzioni dell’offerta negli Stati Uniti e in Kazakistan pesano sui prezzi del petrolio, aggiunge l’analista di Ubs, Giovanni Staunovo.
Il greggio è stato colpito anche dal forte calo delle materie prime, in particolare di oro, argento e rame sottoposte a un’intensa pressione di vendita, proseguendo la ritirata iniziata venerdì 30 gennaio dopo i forti rialzi delle ultime settimane. Anche i guadagni recenti del dollaro (il cambio euro/dollaro è passato da 1,20 agli attuali 1,1862 dopo che Trump ha nominato Kevin Warsh alla presidenza della Fed) stanno rendendo il petrolio più costoso per molti acquirenti.
L’oro nero era salito dopo settimane a causa delle tensioni che hanno portato Iran e Stati Uniti sull’orlo di un conflitto, in seguito alle minacce di Trump a gennaio di attaccare Teheran per la sua sanguinosa repressione delle proteste. Questo ha aumentato il rischio di interruzioni dell’offerta nell’area, che fornisce circa un terzo del greggio mondiale, spostando l’attenzione dal surplus globale in aumento.
Mentre gli incontri trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina si terranno il 4 e 5 febbraio ad Abu Dhabi, ha dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy. I colloqui precedenti hanno prodotto scarsi progressi verso la fine della guerra che entrerà presto nel suo quinto anno e che ha portato a sanzioni sul commercio petrolifero russo.
Altrove, domenica 1° febbraio l’Opec+ ha ratificato i piani per mantenere stabile la produzione a marzo, l’ultima fase del congelamento dell’offerta di tre mesi, anche dopo il recente rialzo dei prezzi. A novembre il gruppo aveva congelato ulteriori aumenti programmati da gennaio a marzo del 2026 a causa di una domanda stagionalmente più debole.
Nel comunicato il Cartello ha precisato che «gli 1,65 milioni di barili al giorno potrebbero essere restituiti in parte o per intero, a seconda dell'evoluzione delle condizioni di mercato e in modo graduale». Continuerà a monitorare la situazione e ha ribadito un approccio cauto e flessibile «per continuare a sospendere o annullare gli ulteriori aggiustamenti volontari della produzione», inclusi quelli già implementati per i 2,2 milioni di barili al giorno.
Gli otto membri dell'Opec+ (Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Kuwait, Iraq, Algeria e Oman), che insieme producono circa la metà del petrolio mondiale, torneranno a riunirsi tra un mese per riesaminare le condizioni del mercato e valutare eventuali ulteriori interventi.
Mentre sabato 31 gennaio Trump ha annunciato che l'India acquisterà petrolio venezuelano, contribuendo a sostituire parte del petrolio russo che il terzo importatore di petrolio al mondo acquista.
Nuova Delhi ha smesso di acquistare petrolio da Caracas lo scorso anno dopo che Trump, a marzo, ha imposto dazi del 25% sui Paesi che acquistano petrolio venezuelano. «I rischi geopolitici mascherano un mercato petrolifero fondamentalmente ribassista», prevede Capital Economics. «L’esempio storico della guerra di 12 giorni dello scorso anno tra Israele e Iran e un mercato petrolifero ben rifornito continueranno a esercitare pressioni sui prezzi del Brent entro la fine del 2026». (riproduzione riservata)