Dai dazi al debito, passando per il golden power. È un Giancarlo Giorgetti a tutto tondo quello che interviene il 25 aprile a margine dei lavori del Fmi a Washington. Al centro dell’evento ci sono i dazi, tema affrontato dal ministro dell’Economia con il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
«C’è un’apertura dagli Usa e nostra a discutere non solo di tariffe, ma anche di tassazione digitale e spese per la difesa», spiega Giorgetti. «È il caso di fare un big deal e considerare tutti gli aspetti in discussione, non solo i dazi». Per il titolare del Mef si tratta di un argomento sensibile, soprattutto ora che le tariffe hanno spinto il Fmi a tagliare le stime sul pil italiano del 2025 dal +0,7% al +0,4%.
Le difficoltà lato crescita non mettono in dubbio la tenuta dei conti pubblici. A metà aprile S&P ha alzato il rating dell’Italia a BBB+, promozione che ha rafforzato la fiducia degli investitori. «In molti si interrogavano sulla capacità del governo di rifinanziare il debito in scadenza», ricorda Giorgetti. «Come vedete dalle aste di Btp, non è più un problema».
Per il ministro l’evento del Fmi è anche un’occasione per incontrare i poteri forti di Wall Street, come il ceo di BofA, Brian Moynihan. Il governo ha inciso in modo deciso sul panorama finanziario italiano, ultimo esempio il golden power esercitato sull’ops lanciata da Unicredit su Banco Bpm.
Alle polemiche successive Giorgetti replica che «la legge consente all’esecutivo di valutare l’interesse nazionale, che non compete alla Bce o alla Dg competition. Negli Usa è un concetto abbastanza virile, mentre in Italia è più lasco. Io invidio gli americani». (riproduzione riservata)